mercoledì, novembre 14, 2007

Sfera arancione

Comunità di Chocorosi...
Inizio a scrivere, e lo vorrei, quello che mi è successo oggi, ma gli occhi a mandorla della bimba seduta davanti a me mi mangiano. Un anno, forse poco di più, seduta sulle ginocchia della mamma addormentata sul sedile davanti al mio. Ho semplicemente raccolto il cappello caduto nel corridoio, troppo lontano perché le sue mani possano arrivarvi.
Sono in pullman o, come li chiamano qui, flota, tornando a La Paz sotto un cielo plumbeo che promette l'arrivo della stagione delle pioggie; nubi che nascondono il Nevado Illimani, il Huayna Potosì e il Nevado Llampu, lasciando vedere, dei giganti andini di qui solo il Chacaltaya e il Mururata.
Ma torniamo alla scena iniziale. Comunità di Chocorosi, dicevo, prima dell'interruzione degli occhioni. A circa un'ora di moto su strada sterrata da Calamarca. Strade e sentieri che si distendono tra i 4.000 metri del capoluogo e i 4.300 di Chocorosi. Strade che sto percorrendo da una settimana per portare ai professori dei questionari di valutazione dei corsi di educazione ambientale svolti nel corso dell'anno scolastico, in questo momento verso la sua naturale conclusione.
È la quarta scuola che assieme a Karina, la mia collega di Oruro, visitiamo stamattina. Un professore, una classe unica, con bimbi dalla prima alla terza elementare. Mentre il docente inizia a rispondere alle domande, i bimbi non hanno occhi che per i due estranei, e per me, quello più estraneo, in particolare. Come sempre, nei primi istanti gli occhi mi seguono ammutoliti e quasi spaventati. Poi, in un attimo, si scatenano:iniziano a gridare, qualcuno esce dall'aula, mentre i più intraprendenti, due bimbe in questo caso, iniziano sorridermi mentre inizio a stabilire un contatto chiedendo i nomi a tutti.
Una scena già provata varie volte, per farmi mostrare i quaderni e trovare le pagine dove hanno trattato l'educazione ambientale. Ma anche per non lasciare l'impressione di uno straniero muto, impolverato e troppo serio.
Questa volta però succede qualcosa. Rientrano i bimbi che erano usciti, portando con se due palloni, uno da calcio spelacchiato e una sfera arancione da basket. Vedere quest'ultima mi riporta alla mia vita italiana, con un flashback degno del cinema. Siccome la confusione è troppa, il professore prende possesso del pallone da calcio, ma quello da basket finisce tra le mie mani.
Due esercizi di ball-handling, impacciato dal tanto tempo passato e dal giubbotto anti-vento, facendo un po' il pagliaccio. Il pallone mi ha distratto totalmente dal lavoro. E subito la mente vola a quando avevo un pallone per bimbo, ed incoraggiavo schiamazzi e sorrisi nelle varie palestre del monfalconese. E i sorrisi sono gli stessi, mentre sogno di fermarmi li a insegnare basket lassù, a 4.300 metri. Niente da fare, i bimbi hanno il magico potere di catturarmi.
Niente da fare, si riparte, mancano ancora due scuole, e il cielo minaccia pioggia.
Ormai sono ad El Alto, e la città si apre sotto di me.
Ma, tornato in ufficio, confesso ad Anna e Ivan che mi sarei fermato proprio volentieri a riempire quei sorrisi e quegli occhi.