mercoledì, aprile 18, 2007

Non riuscirò mai ad abituarmi

Ci sono alcune cose di questo lontano e strambo paese alle quali non riuscirò mai ad abituarmi.
In queste giornate di sole, quando la stagione delle piogge si sta arrendendo a quella secca e il sole inizia a fare capolino con maggior convinzione la temperatura si fa più gradevole. Non è più necessario coprirsi di innumerevoli strati di maglioni e giubbotti per non patire il freddo. Anzi, nelle ore più calde della giornata, nonostante i circa 4000 metri di quota, una maglietta a maniche corte è più che sufficiente. E talvolta ti toglieresti pure quella.
Ma non è questa una delle cose alle quali non riuscirò mai ad abituarmi.
Dicevo, in queste giornate in cui il sole splende con maggior intensità anche l'aria si fa più limpida. Certo, in città la cappa di smog è un elemento quasi imprescindibile, ma la luce abbagliante ti costringe a tenere addosso gli occhiali da sole quasi tutto il giorno. E l'aumento della luminosità è dato soprattutto da un'aria che si fa più fina in previsione del freddo che arriverà nei prossimi mesi.
Ma neppure questa è una delle cose alle quali non riuscirò mai ad abituarmi.
E l'aria fina sta finalmente cacciando l'umidità dai muri della mia (nostra) casetta-ufficio. Anche se tra un po' cambierò domicilio, quei muri azzurri e arancioni rimarranno sempre il mio primo luogo familiare in Bolivia. Quello dove, beh lasciamo perdere questo capitolo.
Perchè neppure questa è una delle cose alle quali non riuscirò mai ad abituarmi.
Anche se l'aria fina recita un ruolo importante in questo processo di non abitudine. Perchè l'aria fina è una caratteristica di queste quote, una caratteristica che rende possibile godere di una visibilità senza uguali nei luoghi in cui ho vissuto o che ho visitato. Niente a che vedere con il grigio di certe giornate estive in bisiacaria. Nulla a che vedere con la uggiosa Germania. Poco a che vedere con la luminosità dei mari greci o croati. E non solo perchè manca il mare, ma perchè quella luminosità potrebbe sembrare sbiadita al confronto. E lo stesso si potrebbe affermare del Portogallo o della Spagna. Simile alla luminosità della Finlandia, ma la vasta pianura del nord europa ha altre caratteristiche.
Piano piano mi sto avvicinando al punto cruciale. A quell'elemento a cui non mi abituerò mai, spero.
Ieri l'ho notato per l'ennesima volta, anche se spesso le nuvole degli ultimi mesi me l'avevano fatto dimenticare. Una prima volta ieri mattina, presto, poco dopo l'alba, uscendo da La Paz su un trufi. È proseguito girando per El Alto assieme agli ingegneri del progetto. Tuttavia non riusciva ad emergere alla superficie. Forse per la stanchezza, forse per il sonno, o forse perchè – come mi ricorda spesso qualcuno che ha scelto un altro percorso di vita – non mi prendo abbastanza cura di me stesso.
E la cosa alla quale non mi abituerò mai è emersa prepotentemente tornando indietro da Calamarca ieri pomeriggio verso le tre e mezza. Stavo guidando la macchina del progetto, portandola verso l'officina per un cambio gomme dettato dalla rottura di un cerchione. Al mio fianco Nestor, l'educatore assunto da poco che mi affianca nel lavoro.
Alla prima curva fuori dal villaggio, quando la strada scollina, eccoli, emergere alla vista e affiorare nella mia consapevolezza. I tre signori di questo tratto boliviano delle Ande: Huayna Potosì, Mururata e Illimani sono apparsi davanti a me nella loro regale dimensione. E il cielo limpido ha moltiplicato la loro imponenza. Non avevo mai notato come da quella curva li si potessero vedere tutti, con il bianco delle loro pareti a contrastare con il verde, che lentamente sta volgendo al giallo, dell'altipiano. Quasi a congiungerlo con il blu del cielo. E improvvisamente la testa esce dal lavoro, dalle difficoltà quotidiane, dalle cose che ti rimangono ancora in sospeso da fare prima di poter spegnere il computer, la luce e finalmente staccare la testa dai problemi e dalle soddisfazioni che il lavoro inevitabilmente ti consegna. La testa vaga, sale sulle cime, sogna camminate a seimila metri di quota, quando in Italia non sei mai andato oltre i tremila metri della Marmolada.
E la sera in città, dopo esser stato ad una conferenza di UNDP nella quale il vice presidente boliviano Garcia Linera ha citato talmente tante volte Marx, Weber e persino Gramsci che quasi ti convinci di essere capitato in Unione Sovietica prima del ribaltone del 1989. Dicevo la sera in città, giri un angolo e finisci in Calle Camacho, dove invece i lavori stradali sembrano non finire mai, e nel cielo scuro della notte senza stelle di questa città ti trovi davanti nuovamente il re: Inti Illimani. E nonostante la stanchezza la testa vola nuovamente, viaggia, sogna.
Ecco, a questo non mi abituerò mai, spero.

lunedì, aprile 02, 2007

socialismo e realta'

questa c'e' l'ho sul pc da tempo, e non mi ha mai convinto fino in
fondo...
beh, ve la mando comunque...tenete presente che l'ho scritta a fine
gennaio!

Il socialismo reale ritorna?

Dopo aver visto lo spettro del comunismo vagare per l'Europa per vari
decenni, dopo la trasformazione cinese e vietnamita da patrie delle
rivoluzioni popolari a a icone neo-capitalistiche, dopo il crollo del
sogno Yugoslavo e dei paesi non allineati come nuova proposta politica
ora sembra il momento dell'America Latina ad ergersi come protagonista
dei sogni (o degli incubi) di milioni di persone nel mondo.

Dopo aver visto Chavez apparire in tv a fianco di Castro, e averlo
sentito proclamare che il Venezuela bolivarista muterà l'aggettivo in
socialista, e che marcerà nella direzione del partito unico. Dopo aver
sentito rendere omaggio – alla cumbre social latino-americana, una
specie di social forum – al Gesù Cristo dei nostri giorni, il fratello
Fidel Castro. Dopo l'elezione di Correa, capace di attaccare il libero
mercato con parole degne di Trotzki.

Ma qual è la direzione che sta prendendo questo continente retto quasi
ovunque, fanno eccezione Colombia e Perù – da governi di sinistra,
declinata in quasi tutte le sue sfumature?

Parliamo di Bolivia, dove siamo adesso. Un paese flagellato dal male Sud
Americano reso famoso dal caudillo Peron: il populismo. Un paese
bloccato e ricattato da quasi tutti gli attori sociali, o almeno da
quelli capaci di prendere la parola. Un paese dove su ogni edificio
pubblico trovi il nome dell'Alcalde, o del presidente di giunta, o
altro, sotto il cui mandato è stato costruito.

La politica di Evo può essere definita socialista? Non nel senso
craxiano, questo no. Ma forse neanche in quello originario. È vero si
parla di nazionalizzazioni, di un popolo che si riappropria delle
ricchezze del proprio paese, di gente che vuole far sentire la propria
voce, di diritti negati per troppo tempo che chiedono di essere
rispettati.

L'impressione è che si tenda al modello di benessere americano od
europeo, e non alla pianificazione e alla programmazione economica
quinquennale sovietica.

Forse – e ribadisco forse – siamo in una fase di decolonizzazione dal
neo-colonialismo, quella cosa strisciante e viscida, quasi invisibile
eppure fortissima, che ha attanagliato i paesi sudamericani ed africani
almeno da dopo la seconda guerra mondiale. Ed è un processo violento,
che avanza a strappi, senza idee precise per il futuro.

Un processo che produce morti di piazza senza risultati, quasi che i
contendenti si stiano studiando scambiandosi dei teneri jab. Non sembra
esserci la volontà di affrontare alcune questioni fino a quando non sarà
chiaro il rapporto di forza tra i contendenti, e soprattutto da che
parte starà l'America, anzi gli Stati Uniti (abituiamoci a chiamarli
così: l'America è un'altra cosa, è un continente intero e variegato).

Il nuovo ambasciatore estadounitense viene dal Kossovo, dalla
Yugoslavia, da un paese che non c'è più. E chi meglio di lui dove tira
aria di secessione ed autonomia? Promosse, guarda caso, dalla ricca
classe che ha sempre appoggiato i vari dittatori e i presidenti filo
statunitensi del passato.

Ma ritorniamo alla questione boliviana. Un indigeno presidente è,
purtroppo, anche simbolo di paura etnica, di lotta interna per stabilire
i discendenti di chi devono comandare, sempre nell'ottica di liberazione
dal (neo) colonialismo. I popoli originari si sentono rappresentati, è
vero, ma sono anche enormemente impazienti nelle loro domande. E vengono
usati. Come per l'approvazione della riforma agraria: 5.000 persone in
piazza al grido di el pueblo unido jamas serà vencido hanno 'costretto'
il governo ad approvarla, assieme ad un pacchetto di contratti con
imprese petrolifere esterne, in poco più di un'ora e mezza. Comprando
due senatori dell'opposizione. In Europa lo si chiamerebbe golpe
parlamentare. Vecchi metodi per nuovi potenti? Difficile dirlo. Anche
perché l'informazione in Bolivia non esiste: tecnicamente scadente e per
di più in mano all'opposizione.

Si parla tanto di democrazia, di partecipazione, di voce restituita agli
oppressi di sempre. Ma è un processo violento, dove il ricatto è la
forma di negoziazione. Si chiede sempre tutto e subito.

Ma pensando soprattutto al subito, e non al dopo. Un lungo processo
attende questo paese, dove gli interessi di troppi si concentrano, dove
le risorse naturali abbondano, dall'acqua al petrolio, dallo stagno al
legname: c'è tutto. Eppure molti non hanno nulla, se non l'aria che
respirano.

No, non si può chiamarlo socialismo. Forse è il tentativo, ancora allo
stadio embrionale, di trovare una nuova via. Contrastato da chi non vole
perdere i privilegi. Reso difficile dal populismo. Bloccato da chi vuole
questa nuova via, ma la vuole subito senza conoscerla tuttavia.

alla prossima!

Nuvole e moto

LE NUVOLE

Vanno
vengono
ogni tanto si fermano
e quando si fermano
sono nere come il corvo
sembra che ti guardano con malocchio
Certe volte sono bianche
e corrono
e prendono la forma dell'airone
o della pecora
o di qualche altra bestia
ma questo lo vedono meglio i bambini
che giocano a corrergli dietro per tanti metri
Certe volte ti avvisano con un rumore
prima di arrivare
e la terra si trema
e gli animali si stanno zitti
certe volte ti avvisano con rumore
Vengono
vanno
ritornano
e magari si fermano tanti giorni
che non vedi piu' il sole e le stelle
e ti sembra di non conoscere piu'
il posto dove stai
Vanno
vengono
per una vera
mille sono finte e si mettono li'
tra noi e il cielo
per lasciarci soltanto una voglia di pioggia
Testo: F.De Andre'

4000 metri. La strada dritta ti fugge sotto il sedere rapida. Lo sguardo vorrebbe essere fisso sul nastro asfaltato che corre in mezzo ad una prateria finalmente verde grazie alla pioggia che ha portato la vita in questo deserto senz'alberi. Le due ruote ti portano comodamente, le macchine non riescono a superarti, i camion sono poco piu' di un'impressione nella retina. Mille occhi sulla strada per evitare. Fuori dalla citta' e' un'altra cosa, ti senti in grado di poter arrivare fino a Ushuaia in una direzione e fino ad Anchorage dall'altra. Capisci i racconti dei tuoi amici motociclisti, anche se le strade del Friuli ti sembrano una gabbia. Qui ci sei solo tu, tra terra e un cielo incredibilmente vicino, prossimo. Le nuvole le puoi quasi acchiappare, se allunghi il braccio ti sembra di entrare in quella panna montata. E lo sguardo non puo' concentrarsi solo sul nastro asfaltato. Non puo', non deve. E dietro la prima fila di 'colline', quelle basse che non arrivano a 4.500 metri per capirci, appare la Sierra Real, innevata. Con i sui tre sovrani a dominare l'universo e a sfidare il cielo. Mururata, Huayna Potosi', e poi, finalmente, lui, il piu' maestoso: l'Illimani.
La voglia di comprarsi una moto, dopo aver provato a guidare quelle del progetto, cresce. Diventa quasi una smania.
Portare le moto a La Paz per la revisione e' diventato un pretesto per sentirti vivo in un momento in cui il lavoro ti inchioda alla scrivania, al computer. Un pretesto che la carta elettronica fa fatica a capire e a trasmettere.
E la ricerca di nuovi progetti da sviluppare, da creare, da scrivere ti fornisce altri pretesti, e altre occasioni per uscire, inforcare una moto e ritrovarti solo con te stesso. Con il vento che ti accarezza, con il sole abbacinante, con le nuvole. Le vere protagoniste sono loro. Ti fanno sentire piccolo e grande allo stesso tempo. Piccolo, un puntino nell'altiplano, un puntino sotto al cielo. Ma anche cosi' grande da poterle prendere, cosi' grande da poter sfidare la loro velocita'.
La citta' arriva troppo presto, con il suo traffico che costringe a cercare di sopravvivere solo tra la prima e la seconda. Ma scopri un'altra strada, uno sterrato che scende per un precipizio regalandoti scorci dei signori della sierra. E ti ritrovi infangato, perche' rallentare proprio non si puo'. Poco prima, volare sul bordo del precipizio. Poi scendere.
Scendere, 400 metri in pochi minuti e trovarsi in un altromondo. Consegnare la moto al meccanico e salire su un taxi.
Fine.
Fino alla prossima puntata.

Maestro Paliaga

“Le prima volta che ho giocato a pallalcesto, come si chiamava allora, è stato nel 1938-39, quando ho partecipato in Istria ai campionati interscolastici tra Scuola Magistrale di Parenzo, Liceo classico di Pola e il Liceo Scientifico di Pisino.” - si racconta così il maestro, come tutti i suoi ex alunni di scuola e del minibasket continuano affettuosamente a chiamarlo, Pietro Paliaga, anima per un periodo lunghissimo del Centro Minibasket Italcantieri prima, e Fincantieri poi. Originario di Orsera, si è trasferito a Monfalcone nel secondo dopoguerra, e nella nostra città ha iniziato l'altrettanto lunga carriera di insegnante elementare, svolta soprattutto nella scuola di Panzano. “Il primo Gran Premio Nazionale Mini Basket nasce nel 1969, a cui una squadra di Monfalcone partecipa con i nati nel 1958; in realtà era già attivo nella palestra di via Romana un centro diretto da Elio Luglini, assistito da Ciro Zimolo, e nell'inverno 1964/65 si sono tenuti i primi incontri a Trieste allo stadio Grezar con varie squadre regionali. L'attività coinvolgeva una trentina di bambini, tra cui mio figlio, e avevano a disposizione un solo pallone per tutti. Poi, è arrivata alla Scuola Sauro direttamente dal ministero una coppia di canestri adatti per il minibasket, ma il gruppo di maestri tra cui ricordo Mazzilli, Carrara, e il sottoscritto, i più interessati all'attività fisica dei ragazzi, non sapeva come fare per montarli: chiedemmo allora aiuto agli operai che curavano la manutenzione del Cosulich e iniziammo l'attività in seno alla scuola. Dopotutto, i fioi ga de zogar, de correr e de saltar. Qualche tempo dopo, precisamente nel 1969, fu Franco Zuccolotto a chiedermi di aprire un centro all'interno del circolo Italcantieri: all'inizio si privilegiò l'aspetto agonistico, con sfide contro la Pom. Ricordo la squadra del 1960: ai campionati regionali, che poi abbiamo vinto, non volevano far giocare Rorato, perchè sostenevano che fosse più grande. Quella volta esisteva un vero e proprio campionato nazionale, per cui dalle fasi comunali si passava a quelle provinciali e poi regionali, interregionali e le migliori otto squadre approdavano alle finali nazionali; poi questa formula è stata sostituita da raduni a livello nazionale, eliminando il troppo agonismo. Negli stessi anni siamo riusciti ad organizzare i primi tornei regionali riservati inizialmente alle selezioni, e poi ai centri minibasket di tutte e quattro le provincie.”

“E ricordo con piacere come la riforma del minibasket, volta a far giocare tutti i bambini, senza preoccuparsi troppo del risultato finale, sia partita proprio da Monfalcone. A cavallo tra la fine dei 70 e i primi anni 80 con Travan e Zimolo abbiamo iniziato a pensare a cambiare le regole per far giocare tutti non più di due tempi: all'inizio la Federazione ci intimò di rispettare il regolamento precedente, ma qualche anno dopo il regolamento cambiò proprio come avevamo proposto noi.

Dopotutto anche a scuola mettevano sulle mie larghe spalle i bambini più problematici, quelli con maggior problemi familiari, e io trattavo tutti nel medesimo modo, perchè per me tutti i bambini sono uguali. E questa filosofia l'ho portata anche nello sport. Il Minibasket è un gioco per divertire e divertirsi; i bambini devono seguire alcune semplici regole di squadra: il rispetto per gli altri, la puntualità. Anche perché, statisticamente, sono pochi i giocatori del minibasket che approdano poi in serie A.”

“E credo di aver combinato qualcosa di buono nei 29 anni in cui sono stato alla guida del Centro Minibasket e nei 20 (dal 1972 al 1991) in cui sono stato responsabile provinciale. In alcuni anni avevamo qualcosa come 200 – 250 iscritti, e complessivamente tra il 1969 e il 1998 hanno praticato il minibasket qualcosa come 4500 bambini. Porto con me tanta soddisfazione perché il lavoro svolto ha dato i suoi frutti e perché molti bambini di allora si ricordano del maestro Paliaga, che, dal canto suo, ha sempre cercato di fare del proprio meglio.”

E la sua eredità si misura nel lavoro svolto in palestra dagli istruttori monfalconesi, cresciuti con lui, e soprattutto nel sorriso degli oltre trecento bambini che quotidianamente riempiono le palestre di Monfalcone, Ronchi e Staranzano indossando le divise della Falconstar, Abf, Fincantieri, Staranzano e Acli Ronchi.


Corrado Scropetta