21 settembre 2006
ri-esce il report
Bloqueo. ha il suono di una parola inoffensiva, quasi si trattasse di uno di quegli avvenimento che leggi sul giornale ma che sai non possono intralciare il fluire della tua vita quotidiana. Invece si tratta della forma di protesta più efficace e più comune della Bolivia. Una lotta tanto efficace da costringere due presidenti della Repubblica a riparare all'estero negli ultimi anni.
Ma adesso la Bolivia è cambiata. Questo è quello che ti dici partendo dall'Italia, dove la protesta si è ormai anestetizzata, quasi che il G8 di Genova nel 2001 sia ormai parte della mitologia, come il '68 o il '77. Dopotutto, ti ripeti per rassicurarti, presidente è Evo Morales, uno che ha scalato le istituzioni dal sindacato, uno amato dal popolo e dai minatori, dagli indios e dai campesinos. Se protesta deve esserci, è il pensiero che ronza nella tua testa di occidentale dagli schemi fissi, sarà spinta dalla CIA o dalla ricca borghesia dell'oriente.
Bloqueo, un suono familiare.
Ti svegli al mattino, convinto di dover passare fuori di casa tre giorni per, finalmente, comperare le vacche e i tori necessari per il progetto. È la terza volta in due settimane, o forse meno, che devi percorrere la strada da La Paz a Calamarca (70 km) e poi a Challapata via Oruro. Non so dirvi quanti chilometri sono: ma so dirvi che sono almeno cinque ore di viaggio. In questo paese, come in tutti i paesi del cosiddetto sud del mondo i chilometri sono una mera espressione geografica. Hai lo zaino pronto, fai colazione quando le ombre disegnate dal sole sono solo pallide tracce oblunghe, devi preoccuparti di una quantità di dollari tale da richiedere, nei polizieschi statunitensi l'intervento dell'uomo con la valigetta ammanettata al polso. Insomma, sei pronto ad una tre giorni di lavoro e di responsabilità, hai chiaro nella testa il programma, sai che da li a settantadue ore chiuderai una parte del progetto, e potrai dedicarti al resto, risolverai una delle questioni spinose.
Bloqueo: un'imagine a cui non pensi.
Ebbene, proprio mentre ti prepari ad uscire, controlli le tasche e pensi con sollievo al lavoro che ti attende, uno squillo del cellulare ti ribalta il mondo addosso: la strada per Challapata è bloccata in almeno tre punti dai minatori in protesta. Don Remigio, il zootecnico che ti ha già accompagnato nel viaggio lascia poche possibilità.
Anche perché non esistono strade alternative. Impensabile. Cinque sei ore di viaggio e la strada è unica. Rientro alla realtà: sei in uno degli ambienti più selvaggi e meno antropizzati del mondo: l'altiplano. 4000 metri di quota. Deserto. Sale. Polvere.
E allora l'incazzatura non può che trasformarsi in crescita personale. Certo è un pensiero egoista, ma cosa ti rimane. Internet non ti da conforto: tutti i giornali boliviano parlano di paese tagliato in due. Da Cochabamba non raggiungi Oruro. Da Oruro arrivare a La Paz sembra più difficile che trovare il giardino dell'eden. Le Yungas si trovano oltre il bloqueo. L'unica via di fuga residua dalla capitale è il Perù: settanta chilometri. Le Flotas e i micro (vecchi autobus di fabbricazione statunitense catapultati quaggiù alla fine della loro vita nei paesi ricchi) non viaggiano.
Bloqueo: una realtà.
Il pese è diviso. Le notizie che leggi sui quotidiani on-line raccontano di un paese diviso, tagliuzzato, spezzato. Per gli europei che si aggirano attorno ai trenta, l'immagine potrebbe riportare ai giorni del crollo del muro di Berlino e delle rivoluzioni dell'Europa orientale. Ma tu che sei qui da un po' sai che questa è la quotidianità, che i conflitti in questa parte del mondo si combattono e si risolvono con questo metodo antico: il blocco delle vie di comunicazione. Dopotutto funziona: due presidenti boliviani sono fuggiti, e si godono il sole della Florida.
Bloqueo: quando la strada è una sola, pietre, e tanta rabbia, comandata o spontanea sono fatali: tutto rimandato, e l'attesa si fa snervante. Si passerà stasera? Domani? Tra un mese? La gente piccola delle Ande non si è piegata a cinque secoli di occupazione europea, nonostante il monumento a Colombo sulla via principale di la Paz.
Due viaggi a vuoto ti pesano sulle spalle, due sabati in cui la sveglia ha suonato tante ore prima del gallo per arrivare in tempo alle fiera del bestiame. Eppure il sorriso si disegna sul tuo volto, come neanche su quello del pescatore di De Andrè, nonostante l'amarezza. Ti preoccupi, sfogli i giornali on line alla ricerca di speranze, che non arrivano. A parte la richiesta dei minatori di incontrare il vice presidente della nazione: Alvaro García Linera. Quattro ministri non bastano. Qui in sud america il potere risiede solo nelle figure di vertice: Chavez, Lula, Kirchner. I ministri non contano.
E tu ritorni al lavoro di ufficio, quello che non è in realtà il tuo lavoro, e ti costringi a vivere serenamente il 21 settembre. Giorno dell'amore, dell'amicizia, degli studenti, di primavera. Insomma di tutto un po'.
E La Paz è bloqueada. Dal traffico congestionato e incomprensibile. I sensi unici sono segnalati solo dalla consuetudine e dalla marea di macchine che ti si vomita contro. I marciapiedi sono colmi di folla, che inevitabilmente marcia nella direzione opposta a te. L'esplorazione pomeridiana del mercato dello Huyustus ti fa arrivare tardi alla lezione di spagnolo, ma ti permette di scoprire un negozietto di macchine fotografiche cariche di gioielli della corona del collezionismo fotografico, così come un altra 'tienda' dove le spalle strette della giacca magicamente in 24 ti cascheranno a pennello. 14 euro scarsi il totale.
Lo so che sono stato prolisso, ma dopotutto è la prima volta che compilo il report: sono qui da due settimane scarse. Vi chiedo due cose, semplici ma non banali: cercate su un atlante o su internet o dove diavolo volete le località che ho citato. Fate un piccolo sforzo per non confondere la Bolivia con il Paraguay. Vi porterà via cinque minuti, ma ci farà sentire più coccolati.
Ah, le cose di cui ho parlato prima sono successe a Ivan Snidero, e l'interpretazione è un po' libera anche se assolutamente veritiera. E in serata è arrivata la notizia che i bloqueos sono stati tolti, anche se i minatori e gli indios rimangono in allerta. Per cui lo zaino è nuovamente pronto, la sveglia di nuovo puntata all'alba, e la speranza sorge di nuovo radiosa, come il sole nei manifesti socialisti di inizio secolo.
Ma cosa succederà domani è nelle mani di altri....
Non vi allego gli articoli dei giornali boliviani, tutti in spagnolo, che raccontano questa giornata frenetica da un punto di vista diverso dal mio.
Però, sempre per chiedervi un piccolo sforzo per sentirvi vicini, ecco una serie di link a quotidiani boliviani o sudamericani:
www.eldiario.net
www.jornadanet.com
www.laprensa.com.bo
www.la-razon.com
www.lostiempos.com
www.pulsobolivia.com
www.pagina12.com.ar
Corrado Scropetta
volontario C.V.C.S
p.s.: in questi giorni La Razon esce a fatica, per il solo fatto di essere di proprieta de El Pais, una delle multinazionali dell'editoria. Capito dove siamo?
giovedì, settembre 21, 2006
domenica, settembre 17, 2006
BOLIVIA
Immaginate una catapulta. Oppure una fionda. Molto grandi, capaci di
trasportarvi in poche ore dall'altra parte del mondo. Ma non è solamente
un'altra parte geografica, ma si tratta esattamente dell'altra parte del
mondo. Un luogo dove non si riconoscono odori, cibi, frutti, bevande (e
scrivo dopo una festa): ecco, questo è quello che capita arrivando in
Bolivia dall'Italia con un volo che fa scalo a Caracas.
Caracas è un assaggio: caldo tropicale, taxi cari, cartelli di riscatto
nazionale, albergo come lo potresti trovare ovunque nel mondo. E Rai
International alla tv ad accompagnarti nelle lunghe ore di veglia
causate dal fuso orario. Un canale ignobile, molto peggio di rete 4 o
persino di telemonfalcone, con l'unica differenza che non propone
televendite.
Poi sali nuovamente sul taxi, percorri una carretere veja infernale tra
militari e povera gente, con l'autista impegnato allo spasmo ad eseguire
sorpassi ciechi neanche fosse michael schumacher impegnato a tentare di
conquistare l'ennesimo campionato del mondo. Ti imbarchi sull'aereo dopo
controlli puntigliosi che ti ricordano il confine turco bulgaro:
efficenza pari a 0, ma mille persone e mille passaggi di metal detector
e di check perchè dopotutto l'aeroporto è in cemento armato grigio, si
mangia pollo fritto, e il fatto di imbarcarsi su un avion sembra quasi
un fatto accessorio.
Sbarchi a La Paz, dopo esserti reso conto già nel momento in cui
prendevi posto sull'aereo che i sudamericani sono piccoli: non è una
questione di sedili vicini, ma proprio di spalle che tracimano sul
sedile del vicino.
L'aeroporto di La paz è un delirio di controlli in cui nessuno
controlla. Se il metal detector suona, basta far finta di niente e
proseguire. Nessuno ti ferma. Il mio contrabbando consisteva in qualche
pezzo di formaggio grana e stravecchio, vietatissimi, ma immaginate cosa
può portare qualcuno più motivato e più propenso alle mazzette.
4000 metri, e la naturale spavalderia del nord est che ti porta a non
considerarli. salvo poi due giorni dopo crollare a letto con un senso di
nausea, neanche ti fossi scolato una cassa di alcool puro, la cosa più
pestilenziale che si possa bere da queste parti. che mi toccherà
assaggiare sull'altiplano, ma da cui al momento sono ancora immune.
e poi La Paz, un concentrato di macchine che non si scontrano per puro
miracolo, in cui l'autista più bravo è quello che riesce a caricare più
passeggeri, sfiorando mezzi piccoli ed enormi, costringendo il veicolo a
gimcane che sembrano torcere il telaio e "rifilando" qualunque cosa
possa interrompere la sua corsa.
Salite immani, curve aperte su precipizi. Salire a El Alto, la parte che
sovrasta il centro della capitale governativa boliviana, assume l'epica
dei ciclisti che arrancano per arrivare in vetta al Gavia. E questo
nonostante si stia seduti dentro un coche e le strade siano asfaltate.
Poi, davanti ai tuoi occhi si apre l'altiplano: un deserto a 4000 e più
metri, arido, senza acqua, dove i mucchi di sale possono affiorare
all'improvviso, e dove ti chiedi cosa costringa le persone a viverci. E
la plastica: ovunque, gettata alla rinfusa. Quasi a sostituire il manto
che non è verde, almeno fino alla stagione delle piogge. E se domandi,
scopri che non esiste un sistema per raccogliere i rifiuti, e quindi è
naturale gettarli alla pachamama, che li assimilerà. Con l'unica
differenza che la plastica si riassorbirà tra qualche migliaia di anni.
E poi i colleghi sorridono sempre, sono cordiali, ma anche pronti a
lanciarti stilettate di quelle che lasciano il segno.
E le strette di mano: ne ho date più qui in una settimana che negli
ultimi dieci anni.
Il tempo sta migliorando, in alcuni momenti si sta anche in maniche
corte, ma la sera il maglione è obbligatorio, magari accompagnato da un
giubbotto.
CALAMARCA: questa sarà la mia sede di lavoro. Polvere. questo è il
tratto distintivo. I pantaloni di velluto grigi in mezz'ora erano
diventati marroni. E la sensazione di magiare polvere se n'è andata
alcune ore dopo aver lasciato l'altiplano, complici due lavate di denti
e qualche birra assieme a Ivan e Anna. birre che accompagnano la pizza
preparata in casa, per sentire un po' di profumo d'Italia dopo due
giorni di scontri con i boliviani attorno alle metodologie del progetto.
I colori sono intensi, vivaci. I volti segnati dal clima. Le scarpe
difficilmente appaiate. I mulinelli d'aria sollevano la terra fino al
cielo.
LA PAZ: devo ancora capire dove sono arrivato, e l'immagine della
catapulta rende l'idea di come mi senta in questo posto. Il mal d'altura
mi ha lasciato quasi indenne, ma temo da un momento all'altro la
vendetta di Montezuma (o forse sarebbe meglio dire di Tupac Amaru), che
tutti mi dicono arriverà prima o poi. È una capitale, e quindi una città
con tutto. Ma i mercati sembrano quelli di Istambul, si tratta per
tutto, il traffico è caotico, si trova di tutto, ma spesso è di
contrabbando o rubato, il cibo è buono, la birra no, le salite tagliano
le gambe e lasciano i polmoni in uno stato di prostrazione. I palazzi di
vetro e cemento si mescolano alle case senza intonaco, ad un piano solo.
Comunque sto bene, e lo spagnolo sembra simile al bisiaco. O forse è
solo un'illusione, e probabilmente per parlarlo ci vorrà ancora qualche
semana, anche se le frasi più elementari mi riescono già. Per lavorare
serve qualcosa di più, lo so, ma spero di farcela in poco tempo.
Sarà dura, ma come sempre il vostro emigrante di fiducia non teme nulla
o quasi. Ora vi lascio, anche perché sto scrivendo veramente a tema
libero, senza una traccia o un'idea di dove voglia arrivare. E chissà se
i famosi venticinque lettori manzoniani non hanno abbandonato già la
lettura di questa mail sconclusionata. Non riesco a raccogliere i
pensieri in modo organico, per cui per questa volta dovete accontentarvi
di questo.
trasportarvi in poche ore dall'altra parte del mondo. Ma non è solamente
un'altra parte geografica, ma si tratta esattamente dell'altra parte del
mondo. Un luogo dove non si riconoscono odori, cibi, frutti, bevande (e
scrivo dopo una festa): ecco, questo è quello che capita arrivando in
Bolivia dall'Italia con un volo che fa scalo a Caracas.
Caracas è un assaggio: caldo tropicale, taxi cari, cartelli di riscatto
nazionale, albergo come lo potresti trovare ovunque nel mondo. E Rai
International alla tv ad accompagnarti nelle lunghe ore di veglia
causate dal fuso orario. Un canale ignobile, molto peggio di rete 4 o
persino di telemonfalcone, con l'unica differenza che non propone
televendite.
Poi sali nuovamente sul taxi, percorri una carretere veja infernale tra
militari e povera gente, con l'autista impegnato allo spasmo ad eseguire
sorpassi ciechi neanche fosse michael schumacher impegnato a tentare di
conquistare l'ennesimo campionato del mondo. Ti imbarchi sull'aereo dopo
controlli puntigliosi che ti ricordano il confine turco bulgaro:
efficenza pari a 0, ma mille persone e mille passaggi di metal detector
e di check perchè dopotutto l'aeroporto è in cemento armato grigio, si
mangia pollo fritto, e il fatto di imbarcarsi su un avion sembra quasi
un fatto accessorio.
Sbarchi a La Paz, dopo esserti reso conto già nel momento in cui
prendevi posto sull'aereo che i sudamericani sono piccoli: non è una
questione di sedili vicini, ma proprio di spalle che tracimano sul
sedile del vicino.
L'aeroporto di La paz è un delirio di controlli in cui nessuno
controlla. Se il metal detector suona, basta far finta di niente e
proseguire. Nessuno ti ferma. Il mio contrabbando consisteva in qualche
pezzo di formaggio grana e stravecchio, vietatissimi, ma immaginate cosa
può portare qualcuno più motivato e più propenso alle mazzette.
4000 metri, e la naturale spavalderia del nord est che ti porta a non
considerarli. salvo poi due giorni dopo crollare a letto con un senso di
nausea, neanche ti fossi scolato una cassa di alcool puro, la cosa più
pestilenziale che si possa bere da queste parti. che mi toccherà
assaggiare sull'altiplano, ma da cui al momento sono ancora immune.
e poi La Paz, un concentrato di macchine che non si scontrano per puro
miracolo, in cui l'autista più bravo è quello che riesce a caricare più
passeggeri, sfiorando mezzi piccoli ed enormi, costringendo il veicolo a
gimcane che sembrano torcere il telaio e "rifilando" qualunque cosa
possa interrompere la sua corsa.
Salite immani, curve aperte su precipizi. Salire a El Alto, la parte che
sovrasta il centro della capitale governativa boliviana, assume l'epica
dei ciclisti che arrancano per arrivare in vetta al Gavia. E questo
nonostante si stia seduti dentro un coche e le strade siano asfaltate.
Poi, davanti ai tuoi occhi si apre l'altiplano: un deserto a 4000 e più
metri, arido, senza acqua, dove i mucchi di sale possono affiorare
all'improvviso, e dove ti chiedi cosa costringa le persone a viverci. E
la plastica: ovunque, gettata alla rinfusa. Quasi a sostituire il manto
che non è verde, almeno fino alla stagione delle piogge. E se domandi,
scopri che non esiste un sistema per raccogliere i rifiuti, e quindi è
naturale gettarli alla pachamama, che li assimilerà. Con l'unica
differenza che la plastica si riassorbirà tra qualche migliaia di anni.
E poi i colleghi sorridono sempre, sono cordiali, ma anche pronti a
lanciarti stilettate di quelle che lasciano il segno.
E le strette di mano: ne ho date più qui in una settimana che negli
ultimi dieci anni.
Il tempo sta migliorando, in alcuni momenti si sta anche in maniche
corte, ma la sera il maglione è obbligatorio, magari accompagnato da un
giubbotto.
CALAMARCA: questa sarà la mia sede di lavoro. Polvere. questo è il
tratto distintivo. I pantaloni di velluto grigi in mezz'ora erano
diventati marroni. E la sensazione di magiare polvere se n'è andata
alcune ore dopo aver lasciato l'altiplano, complici due lavate di denti
e qualche birra assieme a Ivan e Anna. birre che accompagnano la pizza
preparata in casa, per sentire un po' di profumo d'Italia dopo due
giorni di scontri con i boliviani attorno alle metodologie del progetto.
I colori sono intensi, vivaci. I volti segnati dal clima. Le scarpe
difficilmente appaiate. I mulinelli d'aria sollevano la terra fino al
cielo.
LA PAZ: devo ancora capire dove sono arrivato, e l'immagine della
catapulta rende l'idea di come mi senta in questo posto. Il mal d'altura
mi ha lasciato quasi indenne, ma temo da un momento all'altro la
vendetta di Montezuma (o forse sarebbe meglio dire di Tupac Amaru), che
tutti mi dicono arriverà prima o poi. È una capitale, e quindi una città
con tutto. Ma i mercati sembrano quelli di Istambul, si tratta per
tutto, il traffico è caotico, si trova di tutto, ma spesso è di
contrabbando o rubato, il cibo è buono, la birra no, le salite tagliano
le gambe e lasciano i polmoni in uno stato di prostrazione. I palazzi di
vetro e cemento si mescolano alle case senza intonaco, ad un piano solo.
Comunque sto bene, e lo spagnolo sembra simile al bisiaco. O forse è
solo un'illusione, e probabilmente per parlarlo ci vorrà ancora qualche
semana, anche se le frasi più elementari mi riescono già. Per lavorare
serve qualcosa di più, lo so, ma spero di farcela in poco tempo.
Sarà dura, ma come sempre il vostro emigrante di fiducia non teme nulla
o quasi. Ora vi lascio, anche perché sto scrivendo veramente a tema
libero, senza una traccia o un'idea di dove voglia arrivare. E chissà se
i famosi venticinque lettori manzoniani non hanno abbandonato già la
lettura di questa mail sconclusionata. Non riesco a raccogliere i
pensieri in modo organico, per cui per questa volta dovete accontentarvi
di questo.
Iscriviti a:
Post (Atom)