Immaginate una catapulta. Oppure una fionda. Molto grandi, capaci di
trasportarvi in poche ore dall'altra parte del mondo. Ma non è solamente
un'altra parte geografica, ma si tratta esattamente dell'altra parte del
mondo. Un luogo dove non si riconoscono odori, cibi, frutti, bevande (e
scrivo dopo una festa): ecco, questo è quello che capita arrivando in
Bolivia dall'Italia con un volo che fa scalo a Caracas.
Caracas è un assaggio: caldo tropicale, taxi cari, cartelli di riscatto
nazionale, albergo come lo potresti trovare ovunque nel mondo. E Rai
International alla tv ad accompagnarti nelle lunghe ore di veglia
causate dal fuso orario. Un canale ignobile, molto peggio di rete 4 o
persino di telemonfalcone, con l'unica differenza che non propone
televendite.
Poi sali nuovamente sul taxi, percorri una carretere veja infernale tra
militari e povera gente, con l'autista impegnato allo spasmo ad eseguire
sorpassi ciechi neanche fosse michael schumacher impegnato a tentare di
conquistare l'ennesimo campionato del mondo. Ti imbarchi sull'aereo dopo
controlli puntigliosi che ti ricordano il confine turco bulgaro:
efficenza pari a 0, ma mille persone e mille passaggi di metal detector
e di check perchè dopotutto l'aeroporto è in cemento armato grigio, si
mangia pollo fritto, e il fatto di imbarcarsi su un avion sembra quasi
un fatto accessorio.
Sbarchi a La Paz, dopo esserti reso conto già nel momento in cui
prendevi posto sull'aereo che i sudamericani sono piccoli: non è una
questione di sedili vicini, ma proprio di spalle che tracimano sul
sedile del vicino.
L'aeroporto di La paz è un delirio di controlli in cui nessuno
controlla. Se il metal detector suona, basta far finta di niente e
proseguire. Nessuno ti ferma. Il mio contrabbando consisteva in qualche
pezzo di formaggio grana e stravecchio, vietatissimi, ma immaginate cosa
può portare qualcuno più motivato e più propenso alle mazzette.
4000 metri, e la naturale spavalderia del nord est che ti porta a non
considerarli. salvo poi due giorni dopo crollare a letto con un senso di
nausea, neanche ti fossi scolato una cassa di alcool puro, la cosa più
pestilenziale che si possa bere da queste parti. che mi toccherà
assaggiare sull'altiplano, ma da cui al momento sono ancora immune.
e poi La Paz, un concentrato di macchine che non si scontrano per puro
miracolo, in cui l'autista più bravo è quello che riesce a caricare più
passeggeri, sfiorando mezzi piccoli ed enormi, costringendo il veicolo a
gimcane che sembrano torcere il telaio e "rifilando" qualunque cosa
possa interrompere la sua corsa.
Salite immani, curve aperte su precipizi. Salire a El Alto, la parte che
sovrasta il centro della capitale governativa boliviana, assume l'epica
dei ciclisti che arrancano per arrivare in vetta al Gavia. E questo
nonostante si stia seduti dentro un coche e le strade siano asfaltate.
Poi, davanti ai tuoi occhi si apre l'altiplano: un deserto a 4000 e più
metri, arido, senza acqua, dove i mucchi di sale possono affiorare
all'improvviso, e dove ti chiedi cosa costringa le persone a viverci. E
la plastica: ovunque, gettata alla rinfusa. Quasi a sostituire il manto
che non è verde, almeno fino alla stagione delle piogge. E se domandi,
scopri che non esiste un sistema per raccogliere i rifiuti, e quindi è
naturale gettarli alla pachamama, che li assimilerà. Con l'unica
differenza che la plastica si riassorbirà tra qualche migliaia di anni.
E poi i colleghi sorridono sempre, sono cordiali, ma anche pronti a
lanciarti stilettate di quelle che lasciano il segno.
E le strette di mano: ne ho date più qui in una settimana che negli
ultimi dieci anni.
Il tempo sta migliorando, in alcuni momenti si sta anche in maniche
corte, ma la sera il maglione è obbligatorio, magari accompagnato da un
giubbotto.
CALAMARCA: questa sarà la mia sede di lavoro. Polvere. questo è il
tratto distintivo. I pantaloni di velluto grigi in mezz'ora erano
diventati marroni. E la sensazione di magiare polvere se n'è andata
alcune ore dopo aver lasciato l'altiplano, complici due lavate di denti
e qualche birra assieme a Ivan e Anna. birre che accompagnano la pizza
preparata in casa, per sentire un po' di profumo d'Italia dopo due
giorni di scontri con i boliviani attorno alle metodologie del progetto.
I colori sono intensi, vivaci. I volti segnati dal clima. Le scarpe
difficilmente appaiate. I mulinelli d'aria sollevano la terra fino al
cielo.
LA PAZ: devo ancora capire dove sono arrivato, e l'immagine della
catapulta rende l'idea di come mi senta in questo posto. Il mal d'altura
mi ha lasciato quasi indenne, ma temo da un momento all'altro la
vendetta di Montezuma (o forse sarebbe meglio dire di Tupac Amaru), che
tutti mi dicono arriverà prima o poi. È una capitale, e quindi una città
con tutto. Ma i mercati sembrano quelli di Istambul, si tratta per
tutto, il traffico è caotico, si trova di tutto, ma spesso è di
contrabbando o rubato, il cibo è buono, la birra no, le salite tagliano
le gambe e lasciano i polmoni in uno stato di prostrazione. I palazzi di
vetro e cemento si mescolano alle case senza intonaco, ad un piano solo.
Comunque sto bene, e lo spagnolo sembra simile al bisiaco. O forse è
solo un'illusione, e probabilmente per parlarlo ci vorrà ancora qualche
semana, anche se le frasi più elementari mi riescono già. Per lavorare
serve qualcosa di più, lo so, ma spero di farcela in poco tempo.
Sarà dura, ma come sempre il vostro emigrante di fiducia non teme nulla
o quasi. Ora vi lascio, anche perché sto scrivendo veramente a tema
libero, senza una traccia o un'idea di dove voglia arrivare. E chissà se
i famosi venticinque lettori manzoniani non hanno abbandonato già la
lettura di questa mail sconclusionata. Non riesco a raccogliere i
pensieri in modo organico, per cui per questa volta dovete accontentarvi
di questo.