ahia che serata.
iniziata a pranzo, con la proposta di coccolarci un po' a cena con il
cibo. Pasticcio di verdure e gubana. La motivazione? niente in
particolare, semplicemente un po' di tensione lavorativa che va
affrontata prima di incrinare i rapporti...e quindi, via con il cibo,
nella più classica delle compensazioni emotive. e per fortuna che non si
trova cioccolata buona, anche se mi riprometto di andare ad indagare in
un negozietto sulla avenida de las americas che promette mooooolto bene.
invitiamo anna e viviana, cui dedicherò presto una mail, ma arriva solo
la prima...
il pasticcio viene divorato dalle nostre boccucce dorate ad una velocità
prossima a quella della luce: broccoli, peperoni, melanzane, porro e
patate. tra fame e discreta qualità ci sembra di aver pasteggiato da
Vissani.
Dopodichè, nonostante una sola bottiglia di vino tinto in quattro, la
serata decolla. L'argomento, in un appartamento di minoranze etniche
come il nostro (una furlana, un mamolo e un istro-sloven-bisiaco), è di
quelli delicati: minoranze linguistiche, tutela della 'marilenghe' e
Movimento Friul. Un mix capace di uccidere Chuck Norris, Bruce Lee,
Rambo e Marcelo Wallace in un colpo solo. Immaginate due binari che
corrono paralleli nella steppa centroasiatica, dimenticando le
convergenze parallele di Moro. Due opinioni e due approcci diversi al
friulano, con l'istro-sloven-bisiaco a difendere a spada tratta i
diritti di chiunque a parlare e ad usare e a trovare a scuola la propria
lingua. E sapete bene quanto sia difficile smuovermi dalle mie
convinzioni profonde. Al contempo il mamolo, trapiantato in friuli, a
difendere l'idea che la legge regionale è sbagliata. In pratica, le
posizioni di partenza non erano troppo diverse, quelle di arrivo a
distanze siderali. due testardi che cozzano uno contro l'altro, come due
treni lanciati.
E corre corre corre corre sempre più forte
e corre corre corre corre verso la morte
e niente ormai può trattenere l'immensa forza distruttrice
aspetta sol lo schianto e poi che giunga il manto
della grande consolatrice.
E poi a salutare alessandro, che se ne parte dalla bolivia lasciando qui
più di un pezzo di cuore.
tutta la comunità italiana riunita a salutarlo. e i temi, alla fine sono
sempre quelli neutri. dopotutto siamo una tribù di estranei accumunati
dalla lingua e dalla ricerca di cose comuni da raccontarsi.
Così Lorenzo tampina qualche donna, senza convinzione, solo per
mantenere il suo ruolo di sciupafemmine. Andrea deve essere al centro
dell'attenzione, rubando la scena agli altri, per rivendicare il proprio
ruolo di grande vecchio ma super giovane (ricorda qualcuno?).
e poi gli altri, a parlare di cazzate.
soprattutto il padovano Ivano, che coinvolge tutti i superstiti, sono
quasi le due, in un delirante discorso che parte da cuba, tocca
abatantuono e mediterraneo, passa per puerto escondido (quello vero, non
il film), per approdare al titicaca e da li con un doppio carpiato che
sfrutta il batiscafo 'Trieste' di jacques custeau, chiude la serata
sparando sentenze sul miracolo nord-est e sulle ore lavorate al giorno
per ottenere i profitti della ex locomotiva d'italia. uno sproloquio.
Per fortuna che il taxi arriva presto, e possiamo salutare.
e domani a calamarca, per tres dias.
sveglia tra quattro orette, ma adesso il sonno tarda ad arrivare e le
mani scorrono veloci sulla tastiera, troppo veloci, tanto da incrociarsi
sui tasti. non ho molto da dirvi delle ultime settimane, passate tra un
raffreddore e l'impossibilità, per vari motivi, ad uscire dalla
capitale.
Poche cose viste, poco fatto, ma comunque alcune osservazioni che vi
racconterò in altre occasioni. Qui tutto sembra curioso e da raccontare,
però prima devo assimilarlo e meditarci un po' su. Sappiate, però, che
alcune cose sono uguali dappertutto.
In allegato, spero che non sia troppo pesante vi mando una foto. trovate
l'elemento interessante, e raccontatemi la vostra impressione!
che dirvi di più? che sto bene, che il lavoro di 'agente segreto'
procede, e che mi scuso della mia assenza, ma il lavoro di ufficio mi
prosciuga la vis scrittoria: passare troppe ore davanti ad un computer
mi lascia vuoto.
volete sapere di più di me? scrivete, chiedete, preguntate!
un saluto a todos, e hasta luego, companeros!
la foto... http://www.flickr.com/photos/scropy/278909505/
mercoledì, ottobre 25, 2006
sabato, ottobre 14, 2006
EL SABOR DE MI VIDA
MAGGI, el sabor de la comida boliviana
NESTLÈ NIDO...es crecer (Latte in polvere)
Toma lo meyor. COCA COLA.
ENTEL (che altro non è che la nostra Telecom, anzi della nostra Telecom,
come si evidenzia pure nei colori).
PIRELLI
e molti altri
Scritte e marchi dipinti a mano sulle pareti delle case, dei palazzi,
delle baracche. Ovunque. Qui le multinazionali sono dappertutto,
appaiono con una visibilità differente rispetto all'Italia, all'Europa.
Lo avevo notato già in Serbia: Nestlè è buona, è il progresso. Pepsodent
è meglio. Quindi, diversamente da quanto succede in Italia, i marchi
devono apparire. Devono.
Ma la resistenza c'è, esiste.
“Hecho in Bolivia – Consuma lo nuestro – Emplea lo nuestro.” Oppure
“100% Boliviano.”
Due marchi applicati ai prodotti boliviani. E anche a qualche prodotto
di multinazionali, come ho scoperto ieri sera. Ma comunque fabbricati
qui, e nella mia bocca di storico si forma il sapore di una sana
autarchia d'altri tempi. Marchi per indicare la ricerca di una
indipendenza dal colonialismo economico delle multinazionali, sostituto
del colonialismo politico degli stati Nazione. Che fu politico perchè
economico.
In Bolivia la forza delle transnazionali, come si chiamano qui, si
mastica più della polvere, lega più del fango, opprime mas dello smog di
La Paz. Nonostante la resistenza istituzionale dei marchi.
Che non è l'unica, anzi. I mercati sono la forma più diffusa: c'è ne
sono ovunque, quasi ad ogni angolo. Li dentro, ma anche nelle bancarelle
allineate sui marciapiedi, le 'cholitas' (le donne indie) avvolte nelle
gonne colorate e con posta sul capo la bombetta vendono ogni tipo di
prodotto. Chi conosce la Trieste di qualche anno fa può immaginarsi una
sequenza lunga vari chilometri di “venderigole”, che ora sono
sopravvissute solamente, ma a un livello quasi folkloristico, in piazza
Ponterosso. La dinamica è la stessa. Scendono dai dintorni della città –
curiosamente sia Trieste che La Paz sono attorniate da un altopiano dove
si parla un'altra lingua, li lo sloveno, qui l'Aymara –, estesi un
numero imprecisato di chilometri quadrati, cariche di mercanzie disposte
nei sacchi e negli aguaios variopinti. Riempiono i mini e i micro, le
flotas e le scarpe, con la loro umanità straripante. Le gonne occupano
un sedile e mezzo, i sacchi uno spazio indefinito. Occupano tutti i
corridoi dei micro, dove se mantieni la posizione eretta ti incastri:
per passare bisogna inventarsi appoggi, badando che il tuo piede numero
quarantacinque non oltrepassi gli spazi lasciati per i piedi dei
boliviani, proporzionati alla loro statura.
Quanto fascino nel colore di quassù. E ogni giorno ti interroghi sul
senso del nostro lavoro. Se effettivamente contribuisci ad un nuovo
modello di sviluppo. Oppure se, come in Serbia, si brama il centro
commerciale, e quindi si finirà con il portare il centro commerciale Se
il nostro lavoro porterà alla scomparsa delle cholitas, come sono
scomparse le venderigole.
Chi siamo, cosa facciamo, dove andiamo? Interrogativi comuni a tutti,
presenti nella vita di ogni giorno. Si può cambiare l'inerzia con cui
gira il mondo? Si può resistere al colonialismo economico? Alla
globalizzazione? All'omologazione? Oppure no?
L'artigianato qui è ovunque, disseminato in mille botteghe raccolte per
argomento. La via delle scarpe, dei sarti, dei ricambi meccanici
autoprodotti, della carpenteria. Todo. Eppure Bata e la sua sottomarca
Manako prosperano, nonostante spaccino scarpe di cartone e plastica,
notevolmente inferiori alle calzature di cuoi prodotte dagli artigiani.
E non hanno neppure il vantaggio di essere più economiche.
E la resistenza di cui sopra? !Che! (mi raccomando, leggetelo c'è).
Burger King resiste sul Prado, la strada dello struscio paceno (pasegno,
di La Paz). In tutto l'agglomerato urbano formato da La Paz e da El Alto
c'è una sola M gialla. Sotto non si legge Mc Donald's, bensì McMoni's
(un'assonanza veneto-triestina. Casuale?).
Passandoci davanti capisci: la resistenza c'è. La speranza c'è. E il
nostro lavoro si arricchisce di un nuovo significato, quello che
t'immaginavi prima di partire, quello dei tuoi sogni quand'eri
ragazzino.
E il sorriso ti attraversa nuovamente il volto.
NESTLÈ NIDO...es crecer (Latte in polvere)
Toma lo meyor. COCA COLA.
ENTEL (che altro non è che la nostra Telecom, anzi della nostra Telecom,
come si evidenzia pure nei colori).
PIRELLI
e molti altri
Scritte e marchi dipinti a mano sulle pareti delle case, dei palazzi,
delle baracche. Ovunque. Qui le multinazionali sono dappertutto,
appaiono con una visibilità differente rispetto all'Italia, all'Europa.
Lo avevo notato già in Serbia: Nestlè è buona, è il progresso. Pepsodent
è meglio. Quindi, diversamente da quanto succede in Italia, i marchi
devono apparire. Devono.
Ma la resistenza c'è, esiste.
“Hecho in Bolivia – Consuma lo nuestro – Emplea lo nuestro.” Oppure
“100% Boliviano.”
Due marchi applicati ai prodotti boliviani. E anche a qualche prodotto
di multinazionali, come ho scoperto ieri sera. Ma comunque fabbricati
qui, e nella mia bocca di storico si forma il sapore di una sana
autarchia d'altri tempi. Marchi per indicare la ricerca di una
indipendenza dal colonialismo economico delle multinazionali, sostituto
del colonialismo politico degli stati Nazione. Che fu politico perchè
economico.
In Bolivia la forza delle transnazionali, come si chiamano qui, si
mastica più della polvere, lega più del fango, opprime mas dello smog di
La Paz. Nonostante la resistenza istituzionale dei marchi.
Che non è l'unica, anzi. I mercati sono la forma più diffusa: c'è ne
sono ovunque, quasi ad ogni angolo. Li dentro, ma anche nelle bancarelle
allineate sui marciapiedi, le 'cholitas' (le donne indie) avvolte nelle
gonne colorate e con posta sul capo la bombetta vendono ogni tipo di
prodotto. Chi conosce la Trieste di qualche anno fa può immaginarsi una
sequenza lunga vari chilometri di “venderigole”, che ora sono
sopravvissute solamente, ma a un livello quasi folkloristico, in piazza
Ponterosso. La dinamica è la stessa. Scendono dai dintorni della città –
curiosamente sia Trieste che La Paz sono attorniate da un altopiano dove
si parla un'altra lingua, li lo sloveno, qui l'Aymara –, estesi un
numero imprecisato di chilometri quadrati, cariche di mercanzie disposte
nei sacchi e negli aguaios variopinti. Riempiono i mini e i micro, le
flotas e le scarpe, con la loro umanità straripante. Le gonne occupano
un sedile e mezzo, i sacchi uno spazio indefinito. Occupano tutti i
corridoi dei micro, dove se mantieni la posizione eretta ti incastri:
per passare bisogna inventarsi appoggi, badando che il tuo piede numero
quarantacinque non oltrepassi gli spazi lasciati per i piedi dei
boliviani, proporzionati alla loro statura.
Quanto fascino nel colore di quassù. E ogni giorno ti interroghi sul
senso del nostro lavoro. Se effettivamente contribuisci ad un nuovo
modello di sviluppo. Oppure se, come in Serbia, si brama il centro
commerciale, e quindi si finirà con il portare il centro commerciale Se
il nostro lavoro porterà alla scomparsa delle cholitas, come sono
scomparse le venderigole.
Chi siamo, cosa facciamo, dove andiamo? Interrogativi comuni a tutti,
presenti nella vita di ogni giorno. Si può cambiare l'inerzia con cui
gira il mondo? Si può resistere al colonialismo economico? Alla
globalizzazione? All'omologazione? Oppure no?
L'artigianato qui è ovunque, disseminato in mille botteghe raccolte per
argomento. La via delle scarpe, dei sarti, dei ricambi meccanici
autoprodotti, della carpenteria. Todo. Eppure Bata e la sua sottomarca
Manako prosperano, nonostante spaccino scarpe di cartone e plastica,
notevolmente inferiori alle calzature di cuoi prodotte dagli artigiani.
E non hanno neppure il vantaggio di essere più economiche.
E la resistenza di cui sopra? !Che! (mi raccomando, leggetelo c'è).
Burger King resiste sul Prado, la strada dello struscio paceno (pasegno,
di La Paz). In tutto l'agglomerato urbano formato da La Paz e da El Alto
c'è una sola M gialla. Sotto non si legge Mc Donald's, bensì McMoni's
(un'assonanza veneto-triestina. Casuale?).
Passandoci davanti capisci: la resistenza c'è. La speranza c'è. E il
nostro lavoro si arricchisce di un nuovo significato, quello che
t'immaginavi prima di partire, quello dei tuoi sogni quand'eri
ragazzino.
E il sorriso ti attraversa nuovamente il volto.
mercoledì, ottobre 11, 2006
BUM BUM BUM
BUM. BUM. BUM. Sono le tre del pomeriggio di martedi 10 ottobre 2006,
mas o meno, e tre botti di dinamite risuonano sordi in rapida
successione. È il segnale che i minatori sono calati da El Alto, anzi da
Oruro, come annunciato fin da ieri. A protestare, a manifestare, a farsi
sentire dopo il massacro di venerdì sei ottobre a Huanuni: 16 morti,
secondo i giornali. Un massacro differente: non è stato l'esercito a
sparare, come sotto la presidenza di Goni. E neanche la polizia o
qualche corpo speciale. Anzi, le forze dell'ordine se ne erano andate
proprio uno o due giorni prima, quasi a lasciare il campo libero. Si è
trattato dell'ennesimo scontro della disperazione, da un lato chi non ha
nulla, dall'altro chi ha pochissimo di più, tutti a confrontarsi e a
massacrarsi (si parla di almeno un'ottantina di feriti) dopo mesi di
trattative infruttuose. Da un lato i minatori cooperativisti,
sopravvissuti alla dissoluzione della Compagnia mineraria Boliviana
(COMIBOL), avvenuta nel 1985 con la legge numero 21060, dall'altro i
salariati. I primi, riuniti in cooperative, hanno la possibilità di
esplorare nuovi terreni, coltivare nuove miniere e vecchi giacimenti
sperando di diventare ricchi, ma più realisticamente riuscendo a
malapena a mettere insieme il denaro sufficiente a non morire d'inedia.
I secondi, invece, assunti dalle cooperative, per esplorare nuovi
terreni, coltivare nuove miniere e vecchi giacimenti sperando di
diventare ricchi, ma più realisticamente riuscendo a malapena a mettere
insieme il denaro sufficiente a non morire d'inedia. E tra i primi,
circa 6.000 sono un po' più fortunati, e sono di fatto i proprietari
della cooperativa. Gli altri, circa 60.000, no. Ad accomunare i
cooperativisti meno fortunati e i salariati le condizioni di lavoro:
l'ingresso dei pozzi si trova molto sopra i 4000 metri, dove ogni
singolo respiro ti strappa qualche pezzo di polmone, in zone desertiche,
senza possibilità di provare a fare nient'altro che scavare. A
differenziarli il salario. Ad accumunarli la speranza di migliorare la
propria condizione. Mentre i giacimenti migliori e più ricchi sono nelle
mani delle transnazionali, regalati per qualche dollaro e tante promesse
di investimenti al tempo delle privatizzazioni ordinate dal Fondo
Mondiale Internazionale dietro suggerimento degli onnipresenti Chicago
Boys.
Huanuni è lontana da La Paz, ma improvvisamente quello che è successo li
si è sentito qui, e non solo per la dinamite sparata nelle strade. Un
ministro è stato licenziato, la parte reazionaria del paese si frega le
mani perché la base popolare che ha appoggiato Evo Morales gli si sta
rivoltando contro. Si, i minatori sono in difficoltà. A El Alto non si
passa: è tutto un bloqueo. Ieri a cena amici ci raccontavano di taxisti
malmenati per aver provato a sfidare il bloqueo. Si, perché i minatori
non sono gli unici. I conducenti di micro e mini hanno paralizzato La
Paz, e nessuno può muoversi sui mezzi di trasporto “pubblici” della
città: si lamentano del cambio dei sensi unici (ne hanno cambiato un
numero impressionante, da un giorno all'altro), della minacciata
creazione di un sistema di trasporto pubblico meno selvaggio e di chissà
cos'altro. Per tutta la settimana a La Paz non ci si muove, anzi i
boliviani consigliano di fare scorta di viveri, perché non si sa mai.
Anche se a guardare dalla finestra la vita scorre normale, la gente
continua a muoversi con la consueta lentezza irritante per le nostre
gambe lunghe da gringo. E in effetti dall'ambasciata italiana dicono che
non c'è da preoccuparsi. Alcuni negozi tengono le serrande pronte ad
abbassarsi, in caso di disordini, ma finora è tutto tranquillo. L'unica
differenza percepibile, a parte la dinamite esplosa un po' più di
frequente del solito, è rappresentata dal senso unico sotto casa: quando
il Prado, la via dello struscio, è bloqueado, magicamente si trasforma
in strada a doppio senso di circolazione, e allora bisogna stare attenti
a non venire investiti.
La base popolare del MAS, il Movimento al socialismo: minatori e
conducenti di mezzi. Che poi, a ben vedere, sono la stessa classe
sociale. Quando hanno chiuso la COMIBOL 20.000 minatori sono finiti in
strada, lasciando i paesini della zona di Oruro, diventati ormai paesi
fantasma: ritirata la liquidazione, hanno investito tutto nell'acquisto
di un mezzo, nel pagamento di un pizzo alla mafia dei trasporti e si
sono convertiti in autisti. Gli altri in cocaleros.
E quando vai in giro per la città, per capire cosa succede, ti rendi
conto che la macchina fotografica non ti porteggerà. Il tuo essere 20-30
centimetri più alto della gente che ti circonda, il tuo essere biondoe
bianco sono atti d'accusa. Anche se sei qui a costruire, non sei diverso
da quel Cristoforo Colombo che ti guarda dalla prima pagina di un
settimanale, con lo sguardo di chi viene accusato di occupazione,
genocidio e sfruttamento. Durati quinientos catorse anni. E ti penti di
non esserti ancora procurato una tessera stampa falsa, e un giubbotto
con sopra scritto PRESS o PRENSA a caratteri cubitali. Anche se in
realtà non ti guarda nessuno, ti sentiresti più protetto. La città è
calma, in attesa. La quiete prima della tempesta? Dov'è la cavallina
storna? In realtà la giornata trascorre liscia.
Coincidenza. Tre giorni fa, 39 anni fa, moriva il mito che si trova
appeso sotto forma di poster in molte camere di adolescenti e ragazzi, e
su molte magliette, murales, spille in ogni angolo del pianeta. Qualche
convegno, poche celebrazioni nonostante sia uno dei simboli ufficiali
dell'iconografia del MAS, del partito del presidente. Anzi, sul giornale
di ieri, su quello della destra, beninteso, era riportata in prima
pagina la fotonotizia delle celebrazioni dell'anniversario. Solo che era
il reggimento che lo ha catturato che ricordava i propri caduti durante
la guerriglia del 1967, guidata da stranieri in contrasto con gli
interessi nazionali della Bolivia.
Non serve, credo, specificare che sto parlando di un medico argentino,
conosciuto per l'inflessione “che” che utilizzava in ogni frase. E la
coincidenza vuole che proprio in questo anniversario così carico di
simboli il paese sia attraversato da un conflitto sociale forte.
Coincidenza. Tra due giorni il portatore di Cristo conteso tra genovesi
e spagnoli, ha scoperto Lamerica.
mas o meno, e tre botti di dinamite risuonano sordi in rapida
successione. È il segnale che i minatori sono calati da El Alto, anzi da
Oruro, come annunciato fin da ieri. A protestare, a manifestare, a farsi
sentire dopo il massacro di venerdì sei ottobre a Huanuni: 16 morti,
secondo i giornali. Un massacro differente: non è stato l'esercito a
sparare, come sotto la presidenza di Goni. E neanche la polizia o
qualche corpo speciale. Anzi, le forze dell'ordine se ne erano andate
proprio uno o due giorni prima, quasi a lasciare il campo libero. Si è
trattato dell'ennesimo scontro della disperazione, da un lato chi non ha
nulla, dall'altro chi ha pochissimo di più, tutti a confrontarsi e a
massacrarsi (si parla di almeno un'ottantina di feriti) dopo mesi di
trattative infruttuose. Da un lato i minatori cooperativisti,
sopravvissuti alla dissoluzione della Compagnia mineraria Boliviana
(COMIBOL), avvenuta nel 1985 con la legge numero 21060, dall'altro i
salariati. I primi, riuniti in cooperative, hanno la possibilità di
esplorare nuovi terreni, coltivare nuove miniere e vecchi giacimenti
sperando di diventare ricchi, ma più realisticamente riuscendo a
malapena a mettere insieme il denaro sufficiente a non morire d'inedia.
I secondi, invece, assunti dalle cooperative, per esplorare nuovi
terreni, coltivare nuove miniere e vecchi giacimenti sperando di
diventare ricchi, ma più realisticamente riuscendo a malapena a mettere
insieme il denaro sufficiente a non morire d'inedia. E tra i primi,
circa 6.000 sono un po' più fortunati, e sono di fatto i proprietari
della cooperativa. Gli altri, circa 60.000, no. Ad accomunare i
cooperativisti meno fortunati e i salariati le condizioni di lavoro:
l'ingresso dei pozzi si trova molto sopra i 4000 metri, dove ogni
singolo respiro ti strappa qualche pezzo di polmone, in zone desertiche,
senza possibilità di provare a fare nient'altro che scavare. A
differenziarli il salario. Ad accumunarli la speranza di migliorare la
propria condizione. Mentre i giacimenti migliori e più ricchi sono nelle
mani delle transnazionali, regalati per qualche dollaro e tante promesse
di investimenti al tempo delle privatizzazioni ordinate dal Fondo
Mondiale Internazionale dietro suggerimento degli onnipresenti Chicago
Boys.
Huanuni è lontana da La Paz, ma improvvisamente quello che è successo li
si è sentito qui, e non solo per la dinamite sparata nelle strade. Un
ministro è stato licenziato, la parte reazionaria del paese si frega le
mani perché la base popolare che ha appoggiato Evo Morales gli si sta
rivoltando contro. Si, i minatori sono in difficoltà. A El Alto non si
passa: è tutto un bloqueo. Ieri a cena amici ci raccontavano di taxisti
malmenati per aver provato a sfidare il bloqueo. Si, perché i minatori
non sono gli unici. I conducenti di micro e mini hanno paralizzato La
Paz, e nessuno può muoversi sui mezzi di trasporto “pubblici” della
città: si lamentano del cambio dei sensi unici (ne hanno cambiato un
numero impressionante, da un giorno all'altro), della minacciata
creazione di un sistema di trasporto pubblico meno selvaggio e di chissà
cos'altro. Per tutta la settimana a La Paz non ci si muove, anzi i
boliviani consigliano di fare scorta di viveri, perché non si sa mai.
Anche se a guardare dalla finestra la vita scorre normale, la gente
continua a muoversi con la consueta lentezza irritante per le nostre
gambe lunghe da gringo. E in effetti dall'ambasciata italiana dicono che
non c'è da preoccuparsi. Alcuni negozi tengono le serrande pronte ad
abbassarsi, in caso di disordini, ma finora è tutto tranquillo. L'unica
differenza percepibile, a parte la dinamite esplosa un po' più di
frequente del solito, è rappresentata dal senso unico sotto casa: quando
il Prado, la via dello struscio, è bloqueado, magicamente si trasforma
in strada a doppio senso di circolazione, e allora bisogna stare attenti
a non venire investiti.
La base popolare del MAS, il Movimento al socialismo: minatori e
conducenti di mezzi. Che poi, a ben vedere, sono la stessa classe
sociale. Quando hanno chiuso la COMIBOL 20.000 minatori sono finiti in
strada, lasciando i paesini della zona di Oruro, diventati ormai paesi
fantasma: ritirata la liquidazione, hanno investito tutto nell'acquisto
di un mezzo, nel pagamento di un pizzo alla mafia dei trasporti e si
sono convertiti in autisti. Gli altri in cocaleros.
E quando vai in giro per la città, per capire cosa succede, ti rendi
conto che la macchina fotografica non ti porteggerà. Il tuo essere 20-30
centimetri più alto della gente che ti circonda, il tuo essere biondoe
bianco sono atti d'accusa. Anche se sei qui a costruire, non sei diverso
da quel Cristoforo Colombo che ti guarda dalla prima pagina di un
settimanale, con lo sguardo di chi viene accusato di occupazione,
genocidio e sfruttamento. Durati quinientos catorse anni. E ti penti di
non esserti ancora procurato una tessera stampa falsa, e un giubbotto
con sopra scritto PRESS o PRENSA a caratteri cubitali. Anche se in
realtà non ti guarda nessuno, ti sentiresti più protetto. La città è
calma, in attesa. La quiete prima della tempesta? Dov'è la cavallina
storna? In realtà la giornata trascorre liscia.
Coincidenza. Tre giorni fa, 39 anni fa, moriva il mito che si trova
appeso sotto forma di poster in molte camere di adolescenti e ragazzi, e
su molte magliette, murales, spille in ogni angolo del pianeta. Qualche
convegno, poche celebrazioni nonostante sia uno dei simboli ufficiali
dell'iconografia del MAS, del partito del presidente. Anzi, sul giornale
di ieri, su quello della destra, beninteso, era riportata in prima
pagina la fotonotizia delle celebrazioni dell'anniversario. Solo che era
il reggimento che lo ha catturato che ricordava i propri caduti durante
la guerriglia del 1967, guidata da stranieri in contrasto con gli
interessi nazionali della Bolivia.
Non serve, credo, specificare che sto parlando di un medico argentino,
conosciuto per l'inflessione “che” che utilizzava in ogni frase. E la
coincidenza vuole che proprio in questo anniversario così carico di
simboli il paese sia attraversato da un conflitto sociale forte.
Coincidenza. Tra due giorni il portatore di Cristo conteso tra genovesi
e spagnoli, ha scoperto Lamerica.
lunedì, ottobre 09, 2006
errata cereali
fermi tutti, non strappatevi i capelli e non impazzite per rispondere al mio quesito sui cereali!
intanto ho dimenticato (colpevolmente) il riso, ma stamattina, parlando con l'agronomo ivan ho scoperto che le graminacee, cioè il gruppone dove i botanici collocano i cereali sono composti da qualcosa come:
6 sottofamiglie
30 tribù
6000 generi
10000 specie!
insomma, proprio non si possono calcolare. ricordatevelo la prossima volta che vogliono vendervi un prodotto con dentro tutti i cereali!
intanto ho dimenticato (colpevolmente) il riso, ma stamattina, parlando con l'agronomo ivan ho scoperto che le graminacee, cioè il gruppone dove i botanici collocano i cereali sono composti da qualcosa come:
6 sottofamiglie
30 tribù
6000 generi
10000 specie!
insomma, proprio non si possono calcolare. ricordatevelo la prossima volta che vogliono vendervi un prodotto con dentro tutti i cereali!
domenica, ottobre 08, 2006
pasta, pizza e mandolino
Pasta, pizza e mandolino. Escludendo quest'ultimo, ormai un ricordo del passato, di quando gli italiani emigravano con le valigie di cartone, pasta e pizza sembrano essere qualcosa di più di un trito stereotipo per descrivere l'Italia.
Ogni volta che due o più membri della comunità italiana di La Paz, per lo più cooperanti, si incontrano l'argomento della discussione scivola sempre sul cibo. Beh, non sempre. Talvolta anche sulla mafia. Anche se in quei casi si paragona 'l'efficiente' organizzazione italiana ad altre consorelle, ad esempio le cinesi, le giapponesi o le colombiane.
Il cibo, e precisamente quello italiano la fa da padrone nei discorsi: si fantastica di prosimi arrivi dall'Italia di parmigiano, di salami, di leccornie varie, tra cui, immancabile, la mozzarella per farcire la pizza. Chi torna in patria per un periodo breve, immancabilmente riempie la valigia e lo zaino di provviste. Tanto i vestiti sono già in Bolivia.
Andrea, alcune settimane fa, è tornato con parmigiano per tutti, finocchiona, nutella e chissà cos'altro. Alice, genovese, si è portata gli introvabili pinoli per fare il pesto, oltre a prosciutto e formaggi vari. Alessandro tornerà a fine mese, e da buon calabrese-napoletano sta macchinando su come portare la mozzarella vera, quella di bufala.
Ma oltre a questi canali semi ufficiali, sicuramente ognuno ha le proprie vie di rifornimento segrete, una specie di sentiero di Ho Chi Min capace di collegare la Bolivia e l'Italia. La prima immagine venutami alla mente è, in realtà, quella del 'fido alleato' Galeazzo Musolesi, personaggio delle mitiche Sturmtruppen, che nelle fangose trincee delle strisce disegnate da Bonvi riceveva copiosi pacchi di prelibatezze alimentari mentre i suoi compagni affogavano in ranci tentacolari.
Ognuno, in relazione alla propria regione di provenienza, ha le proprie madeleinettes proustiane, a sancire ancora una volta che il nostro, pur a migliaia di chilometri di distanza, rimane sempre un paese somma di regioni e di campanili.
Ieri sera, in uno dei periodici incontri tra italiani, sono stato incastrato. Siccome ho già preparato la la pizza qui in bolivia, per domani sera sono stato contrattato: alle sette, finita la mia lezione di castigliano, dovrò rimboccarmi le maniche ed insegnare ad una napoletana-romana e ad una veronese come si prepara la pizza. E forse salterà fuori pure la mozzarella: boliviana, ma molto simile all'originale. Nella zona Sur di La Paz, dove stanno i ricchi di origine europea, sembra - ma le voci sul cibo assumono sempre contorni fiabeschi - che il titolare di una pizzeria produca una buona treccia di mozzarella. Vedremo domani, e vedremo soprattutto se le due donzelle compreranno almeno gli ingredienti giusti...
Per la pasta e il riso, invece ci si scontra con problemi fisiologici: l'altitudine impedisce di cucinare con il metodo italiano. Bisogna quindi affidarsi alla pentola a pressione e cercare di capire il perverso meccanismo della cottura al dente dentro un'armatura di acciaio sigillata. Per la pasta ci siamo, a patto di evitare formati complicati (bucatini, farfalle e simili). Per il riso, invece siamo ancora in alto mare. Oggi proverò a sostituirlo con la Quinoa, cereale andino. A proposito, piccola digressione: quanti sono i cereali? e soprattutto, quali sono? Nei miei ricordi dei lontani giorni di scuola, rafforzati dalla pubblicità della Ferrero, i cereali sono sempre stati 5 (grano, mais, avena, miglio e sorgo) e solo 5. Qui, invece, i cereali sono 4 (mais, grano, amaranto e quinoa). Chi mi sa dare una risposta?
Ma le sorprese non finiscono qui: due settimane fa, ad una fiera di agricoltura biologica un inconfondibile accento pordenonese ha bloccato il procedere del vostro emigrante. E la scoperta che a Cochabamba, la città famosa per la 'guerra dell'acqua' un pordenonese ha messo su famiglia, e soprattutto un'azienda biologica che vende pomodori secchi e nocino, assieme ad altri prodotti che spero di conoscere la prima volta che andrò li...
Ogni volta che due o più membri della comunità italiana di La Paz, per lo più cooperanti, si incontrano l'argomento della discussione scivola sempre sul cibo. Beh, non sempre. Talvolta anche sulla mafia. Anche se in quei casi si paragona 'l'efficiente' organizzazione italiana ad altre consorelle, ad esempio le cinesi, le giapponesi o le colombiane.
Il cibo, e precisamente quello italiano la fa da padrone nei discorsi: si fantastica di prosimi arrivi dall'Italia di parmigiano, di salami, di leccornie varie, tra cui, immancabile, la mozzarella per farcire la pizza. Chi torna in patria per un periodo breve, immancabilmente riempie la valigia e lo zaino di provviste. Tanto i vestiti sono già in Bolivia.
Andrea, alcune settimane fa, è tornato con parmigiano per tutti, finocchiona, nutella e chissà cos'altro. Alice, genovese, si è portata gli introvabili pinoli per fare il pesto, oltre a prosciutto e formaggi vari. Alessandro tornerà a fine mese, e da buon calabrese-napoletano sta macchinando su come portare la mozzarella vera, quella di bufala.
Ma oltre a questi canali semi ufficiali, sicuramente ognuno ha le proprie vie di rifornimento segrete, una specie di sentiero di Ho Chi Min capace di collegare la Bolivia e l'Italia. La prima immagine venutami alla mente è, in realtà, quella del 'fido alleato' Galeazzo Musolesi, personaggio delle mitiche Sturmtruppen, che nelle fangose trincee delle strisce disegnate da Bonvi riceveva copiosi pacchi di prelibatezze alimentari mentre i suoi compagni affogavano in ranci tentacolari.
Ognuno, in relazione alla propria regione di provenienza, ha le proprie madeleinettes proustiane, a sancire ancora una volta che il nostro, pur a migliaia di chilometri di distanza, rimane sempre un paese somma di regioni e di campanili.
Ieri sera, in uno dei periodici incontri tra italiani, sono stato incastrato. Siccome ho già preparato la la pizza qui in bolivia, per domani sera sono stato contrattato: alle sette, finita la mia lezione di castigliano, dovrò rimboccarmi le maniche ed insegnare ad una napoletana-romana e ad una veronese come si prepara la pizza. E forse salterà fuori pure la mozzarella: boliviana, ma molto simile all'originale. Nella zona Sur di La Paz, dove stanno i ricchi di origine europea, sembra - ma le voci sul cibo assumono sempre contorni fiabeschi - che il titolare di una pizzeria produca una buona treccia di mozzarella. Vedremo domani, e vedremo soprattutto se le due donzelle compreranno almeno gli ingredienti giusti...
Per la pasta e il riso, invece ci si scontra con problemi fisiologici: l'altitudine impedisce di cucinare con il metodo italiano. Bisogna quindi affidarsi alla pentola a pressione e cercare di capire il perverso meccanismo della cottura al dente dentro un'armatura di acciaio sigillata. Per la pasta ci siamo, a patto di evitare formati complicati (bucatini, farfalle e simili). Per il riso, invece siamo ancora in alto mare. Oggi proverò a sostituirlo con la Quinoa, cereale andino. A proposito, piccola digressione: quanti sono i cereali? e soprattutto, quali sono? Nei miei ricordi dei lontani giorni di scuola, rafforzati dalla pubblicità della Ferrero, i cereali sono sempre stati 5 (grano, mais, avena, miglio e sorgo) e solo 5. Qui, invece, i cereali sono 4 (mais, grano, amaranto e quinoa). Chi mi sa dare una risposta?
Ma le sorprese non finiscono qui: due settimane fa, ad una fiera di agricoltura biologica un inconfondibile accento pordenonese ha bloccato il procedere del vostro emigrante. E la scoperta che a Cochabamba, la città famosa per la 'guerra dell'acqua' un pordenonese ha messo su famiglia, e soprattutto un'azienda biologica che vende pomodori secchi e nocino, assieme ad altri prodotti che spero di conoscere la prima volta che andrò li...
martedì, ottobre 03, 2006
ho visto il mare
Ho visto il mare. Nuvole nere sullo sfondo, a coprire l'Illimani e lo
Huayna Potosi'. Dopo uno scollinamento, dal sedile del micro che occupo,
mi appare un luccichio mai notato prima (anche perche' e' la prima volta
che percorro quella strada seduto...): in un attimo nel mio cervello si
forma l'immagine del mare, e quasi mi sembra di notare delle vele che lo
solcano. E senza poterlo impedire mi ritrovo catapultato a guardare il
tramando dal molo Audace o su qualche spiaggetta istriana o dalmata.
potenza della mente.
Si tratta, invece, dei tetti di lamiera che coprono le case di El Alto,
la più estesa città Aymara del mondo. Appoggiata sul bordo del canyon
che ospita a sua volta la città di La Paz, è un non luogo sospeso tra
due realta': quella urbana della capitale boliviana e quella desolata e
desertica dell'Altiplano. Un non luogo fatto di traffici, che riassume i
disastri dell'urbanizzazione, calamita per centinaia di migliaia di
persone attratte dal luccichio del progresso.
Costruita sui tetti delle case che stanno di sotto, e' un incrocio posto
a 4200 metri di quota. forse di più o forse di meno.
Il giorno del miraggio era mercoledi 27 settembre, e nonostante sia
trascorsa quasi una settimana di mille cose non mi sono ancora levato
dalla testa quell'immagine. chissà che raccontarla ai miei amici non sia
catartico.
Quel giorno è particolare per due motivi: intanto la notte c'e' stata la
prima pioggia, a segnalare che la stagione secca se ne sta andando,
anche se manca in realta' un mese e mezzo alla stagione delle piogge
vera e propria. E l'acqua caduta dal cielo vicino ha lavato le lamiere,
lasciando al sole il compito di creare in me, emigrante dal mare,
l'effetto di un oceano a 4000 metri di quota.
Il secondo motivo è rappresentato dal fatto di essere andato per la
prima volta da solo a Calamarca, a partecipare ad un taller fantasma, ad
incontrare persone immancabilmente impegnate in altre riunioni, e a
vedere per la prima volta il posto muovendomi a piedi. Scoprendo che la
polvere non è l'unico elemento di Calamarca. Il fango. Una notte di
pioggia e la polvere si deposita a terra, non ti impasta più la bocca,
ma ti incolla i piedi sul terreno. Non prendetelo come il lamento che
non e', sto solo cercando di descrivervi i colori che vedo. per le foto
dovrete pazientare ancora un po', anche se credo di portare domani a
sviluppare il primo rullino impressionato.
Di cose da raccontarvi ne ho tante, sto prendendo appunti, e lentamente
ve le sorbirete tutte, se avrete la pazienza di leggermi, e se riuscirò
ad accattivarmi la vostra attenzione.
In realtà voglio dirvi che il mare l'ho visto veramente. Non in Cile,
non in Uruguay, ne' in Brasile o in Argentina. Se dite Perù vi
avvicinate alla realta'.
3800 e ciapilo metri di quota. Onde. Sole. Spiaggia di Copacabana, che
la Lonely Planet accomuna in un empito di entusiasmo a quella di Rio. Il
Lago Titicaca assomiglia veramente al mare, anche se la temperatura si
avvicina a quei laghetti alpini che solo a guardarli mettono i brividi.
Non ho resistito alla tentazione (e alle pressioni della mia compagna di
escursione): via i vestiti e un tuffo. Il cuore esplode per il freddo,
alla seconda bracciata i polmoni si rifiutano di funzionare. Pero' lo
rifarei immediatamente, se non altro per poter piantare un'altra
bandierina nel mio personale mappamondo dei mari (e laghi) in cui ho
nuotato. Ma anche perche' la temperatura esterna, la spiaggia di sassi,
la camminata per raggiungerla non lasciavano alternative.
Poi il giorno dopo la camminata: ah la legge di murphy. Se potete
scegliere due strade, quella scelta si rivelera' sempre quella
sbagliata.
Sbagliata per arrivare alla meta dell'escursione. Ma giusta per ammirare
panorami mozzafiato (spero che le foto mie e di Anna - non la moglie di
Ivan - rendano l'idea), per inerpicarsi su sentieri da capre e per
scalare 15 metri di roccia per uscire da un cul de sac. Adrenalina allo
stato puro, e superare i propri schemi mentali, capire che persona è la
quasi sconosciuta con cui stai dividendo l'escursione, e ricordarti di
quei tentativi fatti con Cocolo per arrivare in vetta al Mangart, tutti
falliti per le troppe paranoie. E per la sfiga, ovviamente.
Volete sapere altro? Si? curiosi? allora chiedete, chiedete...
Huayna Potosi'. Dopo uno scollinamento, dal sedile del micro che occupo,
mi appare un luccichio mai notato prima (anche perche' e' la prima volta
che percorro quella strada seduto...): in un attimo nel mio cervello si
forma l'immagine del mare, e quasi mi sembra di notare delle vele che lo
solcano. E senza poterlo impedire mi ritrovo catapultato a guardare il
tramando dal molo Audace o su qualche spiaggetta istriana o dalmata.
potenza della mente.
Si tratta, invece, dei tetti di lamiera che coprono le case di El Alto,
la più estesa città Aymara del mondo. Appoggiata sul bordo del canyon
che ospita a sua volta la città di La Paz, è un non luogo sospeso tra
due realta': quella urbana della capitale boliviana e quella desolata e
desertica dell'Altiplano. Un non luogo fatto di traffici, che riassume i
disastri dell'urbanizzazione, calamita per centinaia di migliaia di
persone attratte dal luccichio del progresso.
Costruita sui tetti delle case che stanno di sotto, e' un incrocio posto
a 4200 metri di quota. forse di più o forse di meno.
Il giorno del miraggio era mercoledi 27 settembre, e nonostante sia
trascorsa quasi una settimana di mille cose non mi sono ancora levato
dalla testa quell'immagine. chissà che raccontarla ai miei amici non sia
catartico.
Quel giorno è particolare per due motivi: intanto la notte c'e' stata la
prima pioggia, a segnalare che la stagione secca se ne sta andando,
anche se manca in realta' un mese e mezzo alla stagione delle piogge
vera e propria. E l'acqua caduta dal cielo vicino ha lavato le lamiere,
lasciando al sole il compito di creare in me, emigrante dal mare,
l'effetto di un oceano a 4000 metri di quota.
Il secondo motivo è rappresentato dal fatto di essere andato per la
prima volta da solo a Calamarca, a partecipare ad un taller fantasma, ad
incontrare persone immancabilmente impegnate in altre riunioni, e a
vedere per la prima volta il posto muovendomi a piedi. Scoprendo che la
polvere non è l'unico elemento di Calamarca. Il fango. Una notte di
pioggia e la polvere si deposita a terra, non ti impasta più la bocca,
ma ti incolla i piedi sul terreno. Non prendetelo come il lamento che
non e', sto solo cercando di descrivervi i colori che vedo. per le foto
dovrete pazientare ancora un po', anche se credo di portare domani a
sviluppare il primo rullino impressionato.
Di cose da raccontarvi ne ho tante, sto prendendo appunti, e lentamente
ve le sorbirete tutte, se avrete la pazienza di leggermi, e se riuscirò
ad accattivarmi la vostra attenzione.
In realtà voglio dirvi che il mare l'ho visto veramente. Non in Cile,
non in Uruguay, ne' in Brasile o in Argentina. Se dite Perù vi
avvicinate alla realta'.
3800 e ciapilo metri di quota. Onde. Sole. Spiaggia di Copacabana, che
la Lonely Planet accomuna in un empito di entusiasmo a quella di Rio. Il
Lago Titicaca assomiglia veramente al mare, anche se la temperatura si
avvicina a quei laghetti alpini che solo a guardarli mettono i brividi.
Non ho resistito alla tentazione (e alle pressioni della mia compagna di
escursione): via i vestiti e un tuffo. Il cuore esplode per il freddo,
alla seconda bracciata i polmoni si rifiutano di funzionare. Pero' lo
rifarei immediatamente, se non altro per poter piantare un'altra
bandierina nel mio personale mappamondo dei mari (e laghi) in cui ho
nuotato. Ma anche perche' la temperatura esterna, la spiaggia di sassi,
la camminata per raggiungerla non lasciavano alternative.
Poi il giorno dopo la camminata: ah la legge di murphy. Se potete
scegliere due strade, quella scelta si rivelera' sempre quella
sbagliata.
Sbagliata per arrivare alla meta dell'escursione. Ma giusta per ammirare
panorami mozzafiato (spero che le foto mie e di Anna - non la moglie di
Ivan - rendano l'idea), per inerpicarsi su sentieri da capre e per
scalare 15 metri di roccia per uscire da un cul de sac. Adrenalina allo
stato puro, e superare i propri schemi mentali, capire che persona è la
quasi sconosciuta con cui stai dividendo l'escursione, e ricordarti di
quei tentativi fatti con Cocolo per arrivare in vetta al Mangart, tutti
falliti per le troppe paranoie. E per la sfiga, ovviamente.
Volete sapere altro? Si? curiosi? allora chiedete, chiedete...
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