Pasta, pizza e mandolino. Escludendo quest'ultimo, ormai un ricordo del passato, di quando gli italiani emigravano con le valigie di cartone, pasta e pizza sembrano essere qualcosa di più di un trito stereotipo per descrivere l'Italia.
Ogni volta che due o più membri della comunità italiana di La Paz, per lo più cooperanti, si incontrano l'argomento della discussione scivola sempre sul cibo. Beh, non sempre. Talvolta anche sulla mafia. Anche se in quei casi si paragona 'l'efficiente' organizzazione italiana ad altre consorelle, ad esempio le cinesi, le giapponesi o le colombiane.
Il cibo, e precisamente quello italiano la fa da padrone nei discorsi: si fantastica di prosimi arrivi dall'Italia di parmigiano, di salami, di leccornie varie, tra cui, immancabile, la mozzarella per farcire la pizza. Chi torna in patria per un periodo breve, immancabilmente riempie la valigia e lo zaino di provviste. Tanto i vestiti sono già in Bolivia.
Andrea, alcune settimane fa, è tornato con parmigiano per tutti, finocchiona, nutella e chissà cos'altro. Alice, genovese, si è portata gli introvabili pinoli per fare il pesto, oltre a prosciutto e formaggi vari. Alessandro tornerà a fine mese, e da buon calabrese-napoletano sta macchinando su come portare la mozzarella vera, quella di bufala.
Ma oltre a questi canali semi ufficiali, sicuramente ognuno ha le proprie vie di rifornimento segrete, una specie di sentiero di Ho Chi Min capace di collegare la Bolivia e l'Italia. La prima immagine venutami alla mente è, in realtà, quella del 'fido alleato' Galeazzo Musolesi, personaggio delle mitiche Sturmtruppen, che nelle fangose trincee delle strisce disegnate da Bonvi riceveva copiosi pacchi di prelibatezze alimentari mentre i suoi compagni affogavano in ranci tentacolari.
Ognuno, in relazione alla propria regione di provenienza, ha le proprie madeleinettes proustiane, a sancire ancora una volta che il nostro, pur a migliaia di chilometri di distanza, rimane sempre un paese somma di regioni e di campanili.
Ieri sera, in uno dei periodici incontri tra italiani, sono stato incastrato. Siccome ho già preparato la la pizza qui in bolivia, per domani sera sono stato contrattato: alle sette, finita la mia lezione di castigliano, dovrò rimboccarmi le maniche ed insegnare ad una napoletana-romana e ad una veronese come si prepara la pizza. E forse salterà fuori pure la mozzarella: boliviana, ma molto simile all'originale. Nella zona Sur di La Paz, dove stanno i ricchi di origine europea, sembra - ma le voci sul cibo assumono sempre contorni fiabeschi - che il titolare di una pizzeria produca una buona treccia di mozzarella. Vedremo domani, e vedremo soprattutto se le due donzelle compreranno almeno gli ingredienti giusti...
Per la pasta e il riso, invece ci si scontra con problemi fisiologici: l'altitudine impedisce di cucinare con il metodo italiano. Bisogna quindi affidarsi alla pentola a pressione e cercare di capire il perverso meccanismo della cottura al dente dentro un'armatura di acciaio sigillata. Per la pasta ci siamo, a patto di evitare formati complicati (bucatini, farfalle e simili). Per il riso, invece siamo ancora in alto mare. Oggi proverò a sostituirlo con la Quinoa, cereale andino. A proposito, piccola digressione: quanti sono i cereali? e soprattutto, quali sono? Nei miei ricordi dei lontani giorni di scuola, rafforzati dalla pubblicità della Ferrero, i cereali sono sempre stati 5 (grano, mais, avena, miglio e sorgo) e solo 5. Qui, invece, i cereali sono 4 (mais, grano, amaranto e quinoa). Chi mi sa dare una risposta?
Ma le sorprese non finiscono qui: due settimane fa, ad una fiera di agricoltura biologica un inconfondibile accento pordenonese ha bloccato il procedere del vostro emigrante. E la scoperta che a Cochabamba, la città famosa per la 'guerra dell'acqua' un pordenonese ha messo su famiglia, e soprattutto un'azienda biologica che vende pomodori secchi e nocino, assieme ad altri prodotti che spero di conoscere la prima volta che andrò li...