mercoledì, novembre 14, 2007

Sfera arancione

Comunità di Chocorosi...
Inizio a scrivere, e lo vorrei, quello che mi è successo oggi, ma gli occhi a mandorla della bimba seduta davanti a me mi mangiano. Un anno, forse poco di più, seduta sulle ginocchia della mamma addormentata sul sedile davanti al mio. Ho semplicemente raccolto il cappello caduto nel corridoio, troppo lontano perché le sue mani possano arrivarvi.
Sono in pullman o, come li chiamano qui, flota, tornando a La Paz sotto un cielo plumbeo che promette l'arrivo della stagione delle pioggie; nubi che nascondono il Nevado Illimani, il Huayna Potosì e il Nevado Llampu, lasciando vedere, dei giganti andini di qui solo il Chacaltaya e il Mururata.
Ma torniamo alla scena iniziale. Comunità di Chocorosi, dicevo, prima dell'interruzione degli occhioni. A circa un'ora di moto su strada sterrata da Calamarca. Strade e sentieri che si distendono tra i 4.000 metri del capoluogo e i 4.300 di Chocorosi. Strade che sto percorrendo da una settimana per portare ai professori dei questionari di valutazione dei corsi di educazione ambientale svolti nel corso dell'anno scolastico, in questo momento verso la sua naturale conclusione.
È la quarta scuola che assieme a Karina, la mia collega di Oruro, visitiamo stamattina. Un professore, una classe unica, con bimbi dalla prima alla terza elementare. Mentre il docente inizia a rispondere alle domande, i bimbi non hanno occhi che per i due estranei, e per me, quello più estraneo, in particolare. Come sempre, nei primi istanti gli occhi mi seguono ammutoliti e quasi spaventati. Poi, in un attimo, si scatenano:iniziano a gridare, qualcuno esce dall'aula, mentre i più intraprendenti, due bimbe in questo caso, iniziano sorridermi mentre inizio a stabilire un contatto chiedendo i nomi a tutti.
Una scena già provata varie volte, per farmi mostrare i quaderni e trovare le pagine dove hanno trattato l'educazione ambientale. Ma anche per non lasciare l'impressione di uno straniero muto, impolverato e troppo serio.
Questa volta però succede qualcosa. Rientrano i bimbi che erano usciti, portando con se due palloni, uno da calcio spelacchiato e una sfera arancione da basket. Vedere quest'ultima mi riporta alla mia vita italiana, con un flashback degno del cinema. Siccome la confusione è troppa, il professore prende possesso del pallone da calcio, ma quello da basket finisce tra le mie mani.
Due esercizi di ball-handling, impacciato dal tanto tempo passato e dal giubbotto anti-vento, facendo un po' il pagliaccio. Il pallone mi ha distratto totalmente dal lavoro. E subito la mente vola a quando avevo un pallone per bimbo, ed incoraggiavo schiamazzi e sorrisi nelle varie palestre del monfalconese. E i sorrisi sono gli stessi, mentre sogno di fermarmi li a insegnare basket lassù, a 4.300 metri. Niente da fare, i bimbi hanno il magico potere di catturarmi.
Niente da fare, si riparte, mancano ancora due scuole, e il cielo minaccia pioggia.
Ormai sono ad El Alto, e la città si apre sotto di me.
Ma, tornato in ufficio, confesso ad Anna e Ivan che mi sarei fermato proprio volentieri a riempire quei sorrisi e quegli occhi.

sabato, settembre 08, 2007

eh si, cari miei,
è già passato un anno da quando l'areoplanino si è staccato dall'italico
suolo per catapultarmi in america latina. se fossi una persona seria, vi
parlerei di bilianci, di impressioni, di sogni svaniti, di conferme
avute, di difficoltà e di momenti belli. ma siccome sono sempre il
solito, non voglio amareggiarvi con i miei soliti racconti quasi
fantasmagorici.

no, semplicemente voglio dirvi che anche se da quando sono tornato dalle
vacanze in italia non sono stato particolarmente prolifico, continuo a
pensare a tutti voi (qualcuno di più, qualcuno di meno, ovvio, ma niente
nomi, per carità!).

le cose procedono, ovviamente, un giorno dopo l'altro, anche se questa è
stata una settimana particolarmente sfigata (in ambito lavorativo)...ma
forse è il periodo vista anche la caduta in moto.
io comunque, come sempre non mi lascio abbattere da poche difficoltà, ma
mi lascio sempre trascinare dall'entusiasmo per le molte cose che vanno
bene.

lunedì, settembre 03, 2007

leggete, gente leggete

mah...
http://www.selvas.org/newsBO0807.html
lo so, è lungo...
e se avete ancora energie, che ne dite della Bachelet?
http://www.gennarocarotenuto.it/dblog/articolo.asp?articolo=1288
hasta pronto, companeros!
e vi ricordo che tra poco più di un mese, sono quarant'anni che...
ciao ciao

sabato, agosto 25, 2007

foto

le trovate all'ormai solito indirizzo!
www.flickr.com/photos/scropy
a presto!

giovedì, agosto 09, 2007

giornate no!

Eh si, ci sono dei giorni nei quali, fin dal primo istante in cui apri gli occhi, ben prima di appoggiare a terra il piede giusto o quello sbagliato, ti accorgi che non sarà un gran giorno.
Molte volte fai finta di nulla, e ti va bene. Altre volte fai finta di nulla e ti va male.
Ma veniamo ai fatti.
Stamattina mi sveglio al solito prima del trillo della sveglia, saranno state le sei e mezza. Dopo una necessaria sosta in bagno (lette 6 pagine di un libro del cileno Jodorowski), controllo le mail, e mi preparo ad una lunga ed intensa giornata: in moto fino a Calamarca per preparare i prossimi corsi e la fiera ambientale, comprare il biglietto per il pullman fino a Cochabamba, alle tre riunione a El Alto per un progetto che stiamo sviluppando, alle cinque riunione a La Paz sui corsi fatti e da fare, nel mezzo scendere a Mallassa per comprare il regalo di matrimonio per Silvia (una friulana che si sposa sabato con un ragazzo di Cochabamba). Insomma, una giornata piena, pure troppo.
A colazione i presagi continuano: non c'è proprio verso di staccarsi dalla sedia e di montare in moto. Vabbe, mi decido e parto. Arrivo al primo bancomat per prelevare un po' di soldini,ma questo decide di non funzionare e non mi sputa fuori i bigliettoni boliviani. (Primo segnale che avrebbe dovuto farmi riconsiderare il programma).
Nel traffico mattutino di La Paz mi districo fino al secondo bancomat sul mio cammino: ovviamente in preda ad un'amnesia sbaglio tre volte di digitare il PIN. Il cajero automatico mi trattiene ovviamente il pezzo di plastica. Rimango con troppi pochi soldi per il biglietto. Invece di assecondare il secondo segnale chiaro di sfiga e ritornare a casa, testardo come una testuggine, proseguo: imbocco l'autopista e mi dirigo verso il nodo cruciale del traffico di La Paz, la ceja, il sopracciglio di El Alto, dove si concentrano a qualunque ora del giorno i veri padroni di questa città bicefala e bicorporea: i famigerati minibus del mio primo e lontano racconto. Passare in moto di li significa mettere a repentaglio ginocchia, caviglie e quant'altro, mentre i mezzi pubblici inventano traiettorie utili a guadagnare ben mezzo metro in un imbottigliamento cosmico.
La supero, soddisfatto: sono integro, fisicamente e mentalmente. Mentre imbocco la strada che esce da El Alto, sgombra di traffico, la mente come spesso succede inizia a cavalcare su percorsi sui. Ma ormai sono sicuro di aver passato il pezzo peggiore. E i presagi di sfiga sembrano lontani. L'aria pura e rarefatta dell'altipiano entra nei polmoni attraverso le narici, il freddo pizzica un po', ma davanti a me si apre un cammino tranquillo.
E invece...
Il casco è segnato, non mi avvedo di un semaforo rosso. Solo quando noto un camion partire da sinistra e una macchina da destra capisco che c'è qualcosa che non va. Vedo il rosso, freno. Prima solo con quello posteriore, poi quando il rimorchio del camion comincia ad essere troppo vicino, anche con il freno anteriore. La moto sussulta e s'imbarca, scivola e la mia gamba destra incoccia l'asfalto. La moto rallenta, ma incoccia comunque la traiettoria del camion: fortunatamente sbatte su uno pneumatico e si ferma. Salvo. Dolorante,pesto, con un piede sotto la moto, ma integro. Estraggo il piede destro da li, e mi metto a bordo strada, mentre alcuni signori super gentili mi aiutano e levano la moto dal centro della carreggiata. Spavento, dolore, ma poco più che graffi e botte, tanto da riuscire a rimettermi in sella, e questa volta, ascoltare il segnale e tornare a casa.
Non senza aver chiamato Ivan. Rientro.
Poi i raggi diranno che non c'è nulla di rotto, che a parte qualche botta sono integro (grazie max per avermi messo la para delle apparecchiature per i raggi X...). Ma che spavento: mi sono visto dentro e sotto le ruote del camion (che peraltro non ha neppure rallentato...)
Beh, alla prossima da un integro nello spirito emigrante di fiducia!

c.

p.s.: anche la moto non si è fatta quasi nulla.

sabato, luglio 14, 2007

Bolivia perché!

“Te invoco, città di Persefone, città la più bella fra quante
albergo son d'uomini, o amica del fasto...”
(Pindaro, dodicesima pitica)

L'acqua è un problema serio. Rappresenta il 75% della superficie del nostro pianeta, ma quella che possiamo utilizzare è poca. Pochissima. Molta meno di quella che si pensi. E in Bolivia ce n'è tanta. Tantissima. Ma sono pochi quelli che hanno accesso a questo bene indispensabile alla vita. Qui è racchiuso il perché della scelta boliviana. Qui si gioca la partita decisiva, molto più importante di quella del petrolio. Qui, nel centro del continente latino americano, qui a 4000 metri di quota, qui dove la democrazia è chiaramente subordinata al capitale, qui dove i popoli originari stanno lottando da 500 anni, qui ...
Qui, dove c'è tanto da fare.
Poi un sabato mattina ti svegli presto perché il fuso orario dopo il rientro dall'Italia fa rende ancora bizzoso il tuo organismo. E in attesa che inizi la giornata, ti colleghi ad internet. Chissà mai che qualche amico italiano sia al computer, così da poter scambiare due chiacchiere. Una rapida scorsa ai siti internet di informazione e sei costretto a porti nuovamente domande. No, non sul senso della cooperazione, non sul senso della tua funzione in Bolivia.
No, la domanda è Bolivia perché!
La scena si sposta, cambia continente, ritorna come d'incanto nella culla della nostra civiltà. Magna Grecia, anzi Sicilia, anzi Akragas, Girgenti, Agrigento
Un capoluogo di provincia in Italia nel 2007, 60.000 abitanti secondo Wikipedia. Una città dove l'acqua esce dai rubinetti “persino” qualche ora ogni due giorni. E quando le cose vanno male, passano anche otto giorni senza girando le manopole sopra il lavabo esca il liquido incolore, inodore ed insapore. Beh, insapore: dipende da quanto cloro finisce dentro i serbatoi. E comunque Agrigento è un PVS (paese in via di sviluppo) eccezionale: qualche anno fa le ore erano 4, ma ogni 18 giorni. Inodore, incolore e insapore: ma “non potabile” è la scritta che dovrebbe comparire accanto ad ogni rubinetto del capoluogo siciliano. E si, nonostante gli investimenti la qualità dell'acqua girgentina è insufficiente per poterla bere senza temere per la salute.
2007: Regione Autonoma Sicilia – una regione che ha a cuore le sorti dei molti turisti che si recano li ogni estate (http://www.regione.sicilia.it/turismo/web_turismo/sicilia/index.htm) – Senza vedere la Sicilia non è possibile farsi un'idea dell'Italia. La Sicilia è la chiave di tutto”, J.W. Goehte, Viaggio in Italia.
Ad Agrigento l'acqua c'è. Cioè, non proprio ad Agrigento, ma comunque a pochi chilometri. Acqua buona, di qualità. “Caratteristiche perfette, una oligominerale adatta al consumo di tutta la famiglia. Acqua gustosa, dissetante, gradevole, con un equilibrato contenuto di sali minerali.” Ottimo no?
Ma cosa decide la Regione Autonoma a cui stanno a cuore le sorti dei propri cittadini? Vende l'acqua. A chi? Alla Nestlè. Che l'imbottiglierà e la venderà a soli 33 centesimi a bottiglia (prezzo calmierato in Sicilia; fuori dai confini della Regione Autonoma che ha a cuore le sorti dei propri cittadini costerà di più). 46.000 bottiglie l'ora, e il rischio di prosciugare la falda, a cui si riforniscono gli abitanti di Santo Stefano Quisquinna. Non pensino di poter essere dei privilegiati rispetto agli abitanti del capoluogo! L'acqua in bottiglia è buona, perché devono ostinarsi a bere quella del rubinetto.
Bolivia perchè!
Intanto il Governo Italiano, che ha a cuore la salute dei cittadini italiani e del mondo, spende per l'acqua. Investe. Dove? In Bolivia. Quanto? 35 milioni di dollari statunitensi. Per cosa? Per la costruzione di un bacino artificiale che rifornirà la città di Cochabamba. 400 litri al secondo a lavori ultimati, in una città dove la rete idrica ha più buchi di un colapasta, e dove almeno 20.000 persone non ricevono l'acqua dalla municipalizzata. Anzi, da nessuno. Se la fanno portare in casa dai camion cisterna. Acqua pessima, senza controllo. E l'acquedotto non arriverà li ancora per alcuni anni, perché quelle case non esistono. Sono insediamenti recenti, senza regole, senza diritti. E sulle mappe non esistono, quindi prima che i 35 milioni di dollari arrivino ai protagonisti della “guerra dell'acqua” passeranno molti anni.
Bolivia perché! Cosa produce la Bolivia? Sempre da Wikipedia:
Il bacino idrografico più importante è quello del rio Mamoré, che copre, con il rio Iténez che segna il confine con il Brasile, circa 600mila km2. Riunendosi al nord della Bolivia con il rio Beni, forma il principale ramo d’origine del Madera (o Madeira), che costituisce uno dei principali affluenti del Rio delle Amazzoni (10% della portata complessiva).
Petrolio: 20.631 b/g. Minerali: stagno, gas naturale, petrolio, zinco, oro, antimonio, tungsteno, argento, piombo.
Attualmente Bolivia è uno dei principali esportatori mondiali di soya, molta della quale di origine transgenica. Esporta inoltre sorgo, zucchero, cotone, girasole, sesamo ed altre oleaginose.
Dalle foreste si estraggono il caucciù e la noce del Brasile, di cui la Bolivia è, nonostante il nome, il principale esportatore mondiale.
Bolivia è nota come un paese megabiodiverso. Pur restando ancora notevoli margini di ricerca, attualmente in Bolivia sono state classificate circa 25 mila specie di piante, 1.400 di uccelli, 550 di pesci, 325 di mammiferi, 260 di rettili e quasi 200 di anfibi.
Si può stimare che annualmente vengono distrutti ben 700.000 ettari di foreste. Questo dato è stato in costante crescita negli ultimi 20 anni e in forte aumento negli ultimi 5 anni. Le ragioni princiali di questa minaccia sono concomitanti fenomeni: espansione della frontiera agricola, agroindustria, imprese del legname, caccia sportiva e di sussistenza.

Bolivia perché!
Sicilia perché!
Possibile che in Italia, nel2007, un capoluogo di provincia sia senz'acqua? E che l'acqua venga invece data alla Nestlè? Chissà, magari ha offerto un centesimo di euro in più per milione di metri cubi...

p.s.: queste righe si basano su un articolo comparso oggi su repubblica.it. Lo trovate all'indirizzo http://www.repubblica.it/2006/a/rubriche/piccolaitalia/acqua-agrigento/acqua-agrigento.html.

venerdì, luglio 06, 2007

ritorno

ebbene si,
le ferie sono arrivate alla loro conclusione, e l'aereoplanino alitalia
mi ha riportato nel continente sudamericano. purtroppo non sono riuscito a salutare molti di voi come avrei voluto, ma avremo altre occasioni.
adesso sono a buenos aires,
in attesa che mi diano la stanza dell'ostello.
sono ripartito, dicevo, con nuovi stimoli e nuove energie (ma vi chiedo
di aggiungere sempre le vostre) dopo tre settimane di visita italiana.
lo so che ho seminato dubbi e impressioni non sempre positive, ma adesso
si riparte, l'energia torna a circolare e ...

vi aspetto tutti in bolivia, e non cercate scuse patetiche (tipo
biglietti cari, ferie brevi ecc...).intanto provero' ad intensificare il
ritmo dei miei racconti. a parte cocolo e gialnu, tutti mi hanno detto
che gli piacciono. e poi servono a me per non perdere il filo delle
sensazioni e dei ricordi...


un abbraccio sudamericano!

mercoledì, aprile 18, 2007

Non riuscirò mai ad abituarmi

Ci sono alcune cose di questo lontano e strambo paese alle quali non riuscirò mai ad abituarmi.
In queste giornate di sole, quando la stagione delle piogge si sta arrendendo a quella secca e il sole inizia a fare capolino con maggior convinzione la temperatura si fa più gradevole. Non è più necessario coprirsi di innumerevoli strati di maglioni e giubbotti per non patire il freddo. Anzi, nelle ore più calde della giornata, nonostante i circa 4000 metri di quota, una maglietta a maniche corte è più che sufficiente. E talvolta ti toglieresti pure quella.
Ma non è questa una delle cose alle quali non riuscirò mai ad abituarmi.
Dicevo, in queste giornate in cui il sole splende con maggior intensità anche l'aria si fa più limpida. Certo, in città la cappa di smog è un elemento quasi imprescindibile, ma la luce abbagliante ti costringe a tenere addosso gli occhiali da sole quasi tutto il giorno. E l'aumento della luminosità è dato soprattutto da un'aria che si fa più fina in previsione del freddo che arriverà nei prossimi mesi.
Ma neppure questa è una delle cose alle quali non riuscirò mai ad abituarmi.
E l'aria fina sta finalmente cacciando l'umidità dai muri della mia (nostra) casetta-ufficio. Anche se tra un po' cambierò domicilio, quei muri azzurri e arancioni rimarranno sempre il mio primo luogo familiare in Bolivia. Quello dove, beh lasciamo perdere questo capitolo.
Perchè neppure questa è una delle cose alle quali non riuscirò mai ad abituarmi.
Anche se l'aria fina recita un ruolo importante in questo processo di non abitudine. Perchè l'aria fina è una caratteristica di queste quote, una caratteristica che rende possibile godere di una visibilità senza uguali nei luoghi in cui ho vissuto o che ho visitato. Niente a che vedere con il grigio di certe giornate estive in bisiacaria. Nulla a che vedere con la uggiosa Germania. Poco a che vedere con la luminosità dei mari greci o croati. E non solo perchè manca il mare, ma perchè quella luminosità potrebbe sembrare sbiadita al confronto. E lo stesso si potrebbe affermare del Portogallo o della Spagna. Simile alla luminosità della Finlandia, ma la vasta pianura del nord europa ha altre caratteristiche.
Piano piano mi sto avvicinando al punto cruciale. A quell'elemento a cui non mi abituerò mai, spero.
Ieri l'ho notato per l'ennesima volta, anche se spesso le nuvole degli ultimi mesi me l'avevano fatto dimenticare. Una prima volta ieri mattina, presto, poco dopo l'alba, uscendo da La Paz su un trufi. È proseguito girando per El Alto assieme agli ingegneri del progetto. Tuttavia non riusciva ad emergere alla superficie. Forse per la stanchezza, forse per il sonno, o forse perchè – come mi ricorda spesso qualcuno che ha scelto un altro percorso di vita – non mi prendo abbastanza cura di me stesso.
E la cosa alla quale non mi abituerò mai è emersa prepotentemente tornando indietro da Calamarca ieri pomeriggio verso le tre e mezza. Stavo guidando la macchina del progetto, portandola verso l'officina per un cambio gomme dettato dalla rottura di un cerchione. Al mio fianco Nestor, l'educatore assunto da poco che mi affianca nel lavoro.
Alla prima curva fuori dal villaggio, quando la strada scollina, eccoli, emergere alla vista e affiorare nella mia consapevolezza. I tre signori di questo tratto boliviano delle Ande: Huayna Potosì, Mururata e Illimani sono apparsi davanti a me nella loro regale dimensione. E il cielo limpido ha moltiplicato la loro imponenza. Non avevo mai notato come da quella curva li si potessero vedere tutti, con il bianco delle loro pareti a contrastare con il verde, che lentamente sta volgendo al giallo, dell'altipiano. Quasi a congiungerlo con il blu del cielo. E improvvisamente la testa esce dal lavoro, dalle difficoltà quotidiane, dalle cose che ti rimangono ancora in sospeso da fare prima di poter spegnere il computer, la luce e finalmente staccare la testa dai problemi e dalle soddisfazioni che il lavoro inevitabilmente ti consegna. La testa vaga, sale sulle cime, sogna camminate a seimila metri di quota, quando in Italia non sei mai andato oltre i tremila metri della Marmolada.
E la sera in città, dopo esser stato ad una conferenza di UNDP nella quale il vice presidente boliviano Garcia Linera ha citato talmente tante volte Marx, Weber e persino Gramsci che quasi ti convinci di essere capitato in Unione Sovietica prima del ribaltone del 1989. Dicevo la sera in città, giri un angolo e finisci in Calle Camacho, dove invece i lavori stradali sembrano non finire mai, e nel cielo scuro della notte senza stelle di questa città ti trovi davanti nuovamente il re: Inti Illimani. E nonostante la stanchezza la testa vola nuovamente, viaggia, sogna.
Ecco, a questo non mi abituerò mai, spero.

lunedì, aprile 02, 2007

socialismo e realta'

questa c'e' l'ho sul pc da tempo, e non mi ha mai convinto fino in
fondo...
beh, ve la mando comunque...tenete presente che l'ho scritta a fine
gennaio!

Il socialismo reale ritorna?

Dopo aver visto lo spettro del comunismo vagare per l'Europa per vari
decenni, dopo la trasformazione cinese e vietnamita da patrie delle
rivoluzioni popolari a a icone neo-capitalistiche, dopo il crollo del
sogno Yugoslavo e dei paesi non allineati come nuova proposta politica
ora sembra il momento dell'America Latina ad ergersi come protagonista
dei sogni (o degli incubi) di milioni di persone nel mondo.

Dopo aver visto Chavez apparire in tv a fianco di Castro, e averlo
sentito proclamare che il Venezuela bolivarista muterà l'aggettivo in
socialista, e che marcerà nella direzione del partito unico. Dopo aver
sentito rendere omaggio – alla cumbre social latino-americana, una
specie di social forum – al Gesù Cristo dei nostri giorni, il fratello
Fidel Castro. Dopo l'elezione di Correa, capace di attaccare il libero
mercato con parole degne di Trotzki.

Ma qual è la direzione che sta prendendo questo continente retto quasi
ovunque, fanno eccezione Colombia e Perù – da governi di sinistra,
declinata in quasi tutte le sue sfumature?

Parliamo di Bolivia, dove siamo adesso. Un paese flagellato dal male Sud
Americano reso famoso dal caudillo Peron: il populismo. Un paese
bloccato e ricattato da quasi tutti gli attori sociali, o almeno da
quelli capaci di prendere la parola. Un paese dove su ogni edificio
pubblico trovi il nome dell'Alcalde, o del presidente di giunta, o
altro, sotto il cui mandato è stato costruito.

La politica di Evo può essere definita socialista? Non nel senso
craxiano, questo no. Ma forse neanche in quello originario. È vero si
parla di nazionalizzazioni, di un popolo che si riappropria delle
ricchezze del proprio paese, di gente che vuole far sentire la propria
voce, di diritti negati per troppo tempo che chiedono di essere
rispettati.

L'impressione è che si tenda al modello di benessere americano od
europeo, e non alla pianificazione e alla programmazione economica
quinquennale sovietica.

Forse – e ribadisco forse – siamo in una fase di decolonizzazione dal
neo-colonialismo, quella cosa strisciante e viscida, quasi invisibile
eppure fortissima, che ha attanagliato i paesi sudamericani ed africani
almeno da dopo la seconda guerra mondiale. Ed è un processo violento,
che avanza a strappi, senza idee precise per il futuro.

Un processo che produce morti di piazza senza risultati, quasi che i
contendenti si stiano studiando scambiandosi dei teneri jab. Non sembra
esserci la volontà di affrontare alcune questioni fino a quando non sarà
chiaro il rapporto di forza tra i contendenti, e soprattutto da che
parte starà l'America, anzi gli Stati Uniti (abituiamoci a chiamarli
così: l'America è un'altra cosa, è un continente intero e variegato).

Il nuovo ambasciatore estadounitense viene dal Kossovo, dalla
Yugoslavia, da un paese che non c'è più. E chi meglio di lui dove tira
aria di secessione ed autonomia? Promosse, guarda caso, dalla ricca
classe che ha sempre appoggiato i vari dittatori e i presidenti filo
statunitensi del passato.

Ma ritorniamo alla questione boliviana. Un indigeno presidente è,
purtroppo, anche simbolo di paura etnica, di lotta interna per stabilire
i discendenti di chi devono comandare, sempre nell'ottica di liberazione
dal (neo) colonialismo. I popoli originari si sentono rappresentati, è
vero, ma sono anche enormemente impazienti nelle loro domande. E vengono
usati. Come per l'approvazione della riforma agraria: 5.000 persone in
piazza al grido di el pueblo unido jamas serà vencido hanno 'costretto'
il governo ad approvarla, assieme ad un pacchetto di contratti con
imprese petrolifere esterne, in poco più di un'ora e mezza. Comprando
due senatori dell'opposizione. In Europa lo si chiamerebbe golpe
parlamentare. Vecchi metodi per nuovi potenti? Difficile dirlo. Anche
perché l'informazione in Bolivia non esiste: tecnicamente scadente e per
di più in mano all'opposizione.

Si parla tanto di democrazia, di partecipazione, di voce restituita agli
oppressi di sempre. Ma è un processo violento, dove il ricatto è la
forma di negoziazione. Si chiede sempre tutto e subito.

Ma pensando soprattutto al subito, e non al dopo. Un lungo processo
attende questo paese, dove gli interessi di troppi si concentrano, dove
le risorse naturali abbondano, dall'acqua al petrolio, dallo stagno al
legname: c'è tutto. Eppure molti non hanno nulla, se non l'aria che
respirano.

No, non si può chiamarlo socialismo. Forse è il tentativo, ancora allo
stadio embrionale, di trovare una nuova via. Contrastato da chi non vole
perdere i privilegi. Reso difficile dal populismo. Bloccato da chi vuole
questa nuova via, ma la vuole subito senza conoscerla tuttavia.

alla prossima!

Nuvole e moto

LE NUVOLE

Vanno
vengono
ogni tanto si fermano
e quando si fermano
sono nere come il corvo
sembra che ti guardano con malocchio
Certe volte sono bianche
e corrono
e prendono la forma dell'airone
o della pecora
o di qualche altra bestia
ma questo lo vedono meglio i bambini
che giocano a corrergli dietro per tanti metri
Certe volte ti avvisano con un rumore
prima di arrivare
e la terra si trema
e gli animali si stanno zitti
certe volte ti avvisano con rumore
Vengono
vanno
ritornano
e magari si fermano tanti giorni
che non vedi piu' il sole e le stelle
e ti sembra di non conoscere piu'
il posto dove stai
Vanno
vengono
per una vera
mille sono finte e si mettono li'
tra noi e il cielo
per lasciarci soltanto una voglia di pioggia
Testo: F.De Andre'

4000 metri. La strada dritta ti fugge sotto il sedere rapida. Lo sguardo vorrebbe essere fisso sul nastro asfaltato che corre in mezzo ad una prateria finalmente verde grazie alla pioggia che ha portato la vita in questo deserto senz'alberi. Le due ruote ti portano comodamente, le macchine non riescono a superarti, i camion sono poco piu' di un'impressione nella retina. Mille occhi sulla strada per evitare. Fuori dalla citta' e' un'altra cosa, ti senti in grado di poter arrivare fino a Ushuaia in una direzione e fino ad Anchorage dall'altra. Capisci i racconti dei tuoi amici motociclisti, anche se le strade del Friuli ti sembrano una gabbia. Qui ci sei solo tu, tra terra e un cielo incredibilmente vicino, prossimo. Le nuvole le puoi quasi acchiappare, se allunghi il braccio ti sembra di entrare in quella panna montata. E lo sguardo non puo' concentrarsi solo sul nastro asfaltato. Non puo', non deve. E dietro la prima fila di 'colline', quelle basse che non arrivano a 4.500 metri per capirci, appare la Sierra Real, innevata. Con i sui tre sovrani a dominare l'universo e a sfidare il cielo. Mururata, Huayna Potosi', e poi, finalmente, lui, il piu' maestoso: l'Illimani.
La voglia di comprarsi una moto, dopo aver provato a guidare quelle del progetto, cresce. Diventa quasi una smania.
Portare le moto a La Paz per la revisione e' diventato un pretesto per sentirti vivo in un momento in cui il lavoro ti inchioda alla scrivania, al computer. Un pretesto che la carta elettronica fa fatica a capire e a trasmettere.
E la ricerca di nuovi progetti da sviluppare, da creare, da scrivere ti fornisce altri pretesti, e altre occasioni per uscire, inforcare una moto e ritrovarti solo con te stesso. Con il vento che ti accarezza, con il sole abbacinante, con le nuvole. Le vere protagoniste sono loro. Ti fanno sentire piccolo e grande allo stesso tempo. Piccolo, un puntino nell'altiplano, un puntino sotto al cielo. Ma anche cosi' grande da poterle prendere, cosi' grande da poter sfidare la loro velocita'.
La citta' arriva troppo presto, con il suo traffico che costringe a cercare di sopravvivere solo tra la prima e la seconda. Ma scopri un'altra strada, uno sterrato che scende per un precipizio regalandoti scorci dei signori della sierra. E ti ritrovi infangato, perche' rallentare proprio non si puo'. Poco prima, volare sul bordo del precipizio. Poi scendere.
Scendere, 400 metri in pochi minuti e trovarsi in un altromondo. Consegnare la moto al meccanico e salire su un taxi.
Fine.
Fino alla prossima puntata.

Maestro Paliaga

“Le prima volta che ho giocato a pallalcesto, come si chiamava allora, è stato nel 1938-39, quando ho partecipato in Istria ai campionati interscolastici tra Scuola Magistrale di Parenzo, Liceo classico di Pola e il Liceo Scientifico di Pisino.” - si racconta così il maestro, come tutti i suoi ex alunni di scuola e del minibasket continuano affettuosamente a chiamarlo, Pietro Paliaga, anima per un periodo lunghissimo del Centro Minibasket Italcantieri prima, e Fincantieri poi. Originario di Orsera, si è trasferito a Monfalcone nel secondo dopoguerra, e nella nostra città ha iniziato l'altrettanto lunga carriera di insegnante elementare, svolta soprattutto nella scuola di Panzano. “Il primo Gran Premio Nazionale Mini Basket nasce nel 1969, a cui una squadra di Monfalcone partecipa con i nati nel 1958; in realtà era già attivo nella palestra di via Romana un centro diretto da Elio Luglini, assistito da Ciro Zimolo, e nell'inverno 1964/65 si sono tenuti i primi incontri a Trieste allo stadio Grezar con varie squadre regionali. L'attività coinvolgeva una trentina di bambini, tra cui mio figlio, e avevano a disposizione un solo pallone per tutti. Poi, è arrivata alla Scuola Sauro direttamente dal ministero una coppia di canestri adatti per il minibasket, ma il gruppo di maestri tra cui ricordo Mazzilli, Carrara, e il sottoscritto, i più interessati all'attività fisica dei ragazzi, non sapeva come fare per montarli: chiedemmo allora aiuto agli operai che curavano la manutenzione del Cosulich e iniziammo l'attività in seno alla scuola. Dopotutto, i fioi ga de zogar, de correr e de saltar. Qualche tempo dopo, precisamente nel 1969, fu Franco Zuccolotto a chiedermi di aprire un centro all'interno del circolo Italcantieri: all'inizio si privilegiò l'aspetto agonistico, con sfide contro la Pom. Ricordo la squadra del 1960: ai campionati regionali, che poi abbiamo vinto, non volevano far giocare Rorato, perchè sostenevano che fosse più grande. Quella volta esisteva un vero e proprio campionato nazionale, per cui dalle fasi comunali si passava a quelle provinciali e poi regionali, interregionali e le migliori otto squadre approdavano alle finali nazionali; poi questa formula è stata sostituita da raduni a livello nazionale, eliminando il troppo agonismo. Negli stessi anni siamo riusciti ad organizzare i primi tornei regionali riservati inizialmente alle selezioni, e poi ai centri minibasket di tutte e quattro le provincie.”

“E ricordo con piacere come la riforma del minibasket, volta a far giocare tutti i bambini, senza preoccuparsi troppo del risultato finale, sia partita proprio da Monfalcone. A cavallo tra la fine dei 70 e i primi anni 80 con Travan e Zimolo abbiamo iniziato a pensare a cambiare le regole per far giocare tutti non più di due tempi: all'inizio la Federazione ci intimò di rispettare il regolamento precedente, ma qualche anno dopo il regolamento cambiò proprio come avevamo proposto noi.

Dopotutto anche a scuola mettevano sulle mie larghe spalle i bambini più problematici, quelli con maggior problemi familiari, e io trattavo tutti nel medesimo modo, perchè per me tutti i bambini sono uguali. E questa filosofia l'ho portata anche nello sport. Il Minibasket è un gioco per divertire e divertirsi; i bambini devono seguire alcune semplici regole di squadra: il rispetto per gli altri, la puntualità. Anche perché, statisticamente, sono pochi i giocatori del minibasket che approdano poi in serie A.”

“E credo di aver combinato qualcosa di buono nei 29 anni in cui sono stato alla guida del Centro Minibasket e nei 20 (dal 1972 al 1991) in cui sono stato responsabile provinciale. In alcuni anni avevamo qualcosa come 200 – 250 iscritti, e complessivamente tra il 1969 e il 1998 hanno praticato il minibasket qualcosa come 4500 bambini. Porto con me tanta soddisfazione perché il lavoro svolto ha dato i suoi frutti e perché molti bambini di allora si ricordano del maestro Paliaga, che, dal canto suo, ha sempre cercato di fare del proprio meglio.”

E la sua eredità si misura nel lavoro svolto in palestra dagli istruttori monfalconesi, cresciuti con lui, e soprattutto nel sorriso degli oltre trecento bambini che quotidianamente riempiono le palestre di Monfalcone, Ronchi e Staranzano indossando le divise della Falconstar, Abf, Fincantieri, Staranzano e Acli Ronchi.


Corrado Scropetta

mercoledì, gennaio 31, 2007

Rieccomi

Rieccomi. Due mesi di assenza per dire di capire sempre meno questo paese. Le dinamiche sociali e politiche sono veramente aliene al mio (nostro) modo di ragionare: faccio veramente fatica a capire come si possa passare da uno stato di quasi guerra civile solo due settimane fa (credo che qualche eco sia giunta pure in Italia) ad una situazione in cui tutto sembra assopito, in attesa della prossima esplosione. E tutto questo senza che i problemi siano stati risolti. Anzi, sembra non siano stati quasi neanche affrontati. Come se le due fazioni che si affrontano, governo ed opposizione, abbiano usato i propri militanti per fare un test. Certo, siamo lontani anni luce dalle proclamazioni di socialismo reale di Chavez, però la tentazione sembra affiori. Ma è difficile rendersene conto.
Eh si, perchè in questo paese ingarbugliato c'è una cosa certa: la manipolazione delle notizie. Voi mi direte: “ma guarda che novità, come se non succedesse da nessun'altra parte del mondo. Smemorato, come se non avessi vissuto nell'italia democristiana forgiata dal tg1, nell'italia da bere craxiana e poi negli anni del berlusconismo.” Avete perfettamente ragione, e non dimentico gli anni della mia formazione. Ma qui la sensazione che si respira è un'altra.
Qui le televisioni e i giornali non sono in mano ad un'unica persona, non sono manipolate e 'velinizzate' dal governo. No, sono semplicemente in mano ai cosiddetti oligarchi, la classe ricca del paese che guarda con astio a Morales e alle sue riforme (alcune decisamente populiste, per la verità). È quasi impossibile farsi un'idea anche solo di quello che succede a pochi isolati da te. Non manca solo un quotidiano come il manifesto, ma persino uno come la repubblica o il corriere. Magari ci fossero il bugiardello o il menzognero.
E si, perchè ad essere scadente non è solo l'attendibilità della notizia, ma anche la tecnica di scrittura degli articoli, spesso incomprensibili e inconcludenti. Spesso senza notizia. Spesso carichi di citazioni anonime (non nel senso di fonti nascoste, ma proprio senza indicazione alcuna). Spesso carichi di astio. Spesso carichi di commenti dello scrivente.
E la cosa non migliora leggendo i pezzi che poi arrivano sui siti internet e sui media italiani. Nel tentativo di essere obiettivi, appaiono sbilanciati nella direzione opposta. Troppo. Risultando faziosi per chi sta qui, per chi faticosamente cerca di comporre il puzzle che dipinga la realtà di questo paese, composta da un miliardo di pezzi, e dove probabilmente ne manca pure qualcuno.
Forse così saranno più comprensibili ai lettori delle testate a cui sono diretti, forse semplicemente più adatti al target. Ma visti da qui fanno schifo uguale agli altri. Mi starò trasformando in un riformista di Nusco? Non temete, non credo.