lunedì, aprile 02, 2007

socialismo e realta'

questa c'e' l'ho sul pc da tempo, e non mi ha mai convinto fino in
fondo...
beh, ve la mando comunque...tenete presente che l'ho scritta a fine
gennaio!

Il socialismo reale ritorna?

Dopo aver visto lo spettro del comunismo vagare per l'Europa per vari
decenni, dopo la trasformazione cinese e vietnamita da patrie delle
rivoluzioni popolari a a icone neo-capitalistiche, dopo il crollo del
sogno Yugoslavo e dei paesi non allineati come nuova proposta politica
ora sembra il momento dell'America Latina ad ergersi come protagonista
dei sogni (o degli incubi) di milioni di persone nel mondo.

Dopo aver visto Chavez apparire in tv a fianco di Castro, e averlo
sentito proclamare che il Venezuela bolivarista muterà l'aggettivo in
socialista, e che marcerà nella direzione del partito unico. Dopo aver
sentito rendere omaggio – alla cumbre social latino-americana, una
specie di social forum – al Gesù Cristo dei nostri giorni, il fratello
Fidel Castro. Dopo l'elezione di Correa, capace di attaccare il libero
mercato con parole degne di Trotzki.

Ma qual è la direzione che sta prendendo questo continente retto quasi
ovunque, fanno eccezione Colombia e Perù – da governi di sinistra,
declinata in quasi tutte le sue sfumature?

Parliamo di Bolivia, dove siamo adesso. Un paese flagellato dal male Sud
Americano reso famoso dal caudillo Peron: il populismo. Un paese
bloccato e ricattato da quasi tutti gli attori sociali, o almeno da
quelli capaci di prendere la parola. Un paese dove su ogni edificio
pubblico trovi il nome dell'Alcalde, o del presidente di giunta, o
altro, sotto il cui mandato è stato costruito.

La politica di Evo può essere definita socialista? Non nel senso
craxiano, questo no. Ma forse neanche in quello originario. È vero si
parla di nazionalizzazioni, di un popolo che si riappropria delle
ricchezze del proprio paese, di gente che vuole far sentire la propria
voce, di diritti negati per troppo tempo che chiedono di essere
rispettati.

L'impressione è che si tenda al modello di benessere americano od
europeo, e non alla pianificazione e alla programmazione economica
quinquennale sovietica.

Forse – e ribadisco forse – siamo in una fase di decolonizzazione dal
neo-colonialismo, quella cosa strisciante e viscida, quasi invisibile
eppure fortissima, che ha attanagliato i paesi sudamericani ed africani
almeno da dopo la seconda guerra mondiale. Ed è un processo violento,
che avanza a strappi, senza idee precise per il futuro.

Un processo che produce morti di piazza senza risultati, quasi che i
contendenti si stiano studiando scambiandosi dei teneri jab. Non sembra
esserci la volontà di affrontare alcune questioni fino a quando non sarà
chiaro il rapporto di forza tra i contendenti, e soprattutto da che
parte starà l'America, anzi gli Stati Uniti (abituiamoci a chiamarli
così: l'America è un'altra cosa, è un continente intero e variegato).

Il nuovo ambasciatore estadounitense viene dal Kossovo, dalla
Yugoslavia, da un paese che non c'è più. E chi meglio di lui dove tira
aria di secessione ed autonomia? Promosse, guarda caso, dalla ricca
classe che ha sempre appoggiato i vari dittatori e i presidenti filo
statunitensi del passato.

Ma ritorniamo alla questione boliviana. Un indigeno presidente è,
purtroppo, anche simbolo di paura etnica, di lotta interna per stabilire
i discendenti di chi devono comandare, sempre nell'ottica di liberazione
dal (neo) colonialismo. I popoli originari si sentono rappresentati, è
vero, ma sono anche enormemente impazienti nelle loro domande. E vengono
usati. Come per l'approvazione della riforma agraria: 5.000 persone in
piazza al grido di el pueblo unido jamas serà vencido hanno 'costretto'
il governo ad approvarla, assieme ad un pacchetto di contratti con
imprese petrolifere esterne, in poco più di un'ora e mezza. Comprando
due senatori dell'opposizione. In Europa lo si chiamerebbe golpe
parlamentare. Vecchi metodi per nuovi potenti? Difficile dirlo. Anche
perché l'informazione in Bolivia non esiste: tecnicamente scadente e per
di più in mano all'opposizione.

Si parla tanto di democrazia, di partecipazione, di voce restituita agli
oppressi di sempre. Ma è un processo violento, dove il ricatto è la
forma di negoziazione. Si chiede sempre tutto e subito.

Ma pensando soprattutto al subito, e non al dopo. Un lungo processo
attende questo paese, dove gli interessi di troppi si concentrano, dove
le risorse naturali abbondano, dall'acqua al petrolio, dallo stagno al
legname: c'è tutto. Eppure molti non hanno nulla, se non l'aria che
respirano.

No, non si può chiamarlo socialismo. Forse è il tentativo, ancora allo
stadio embrionale, di trovare una nuova via. Contrastato da chi non vole
perdere i privilegi. Reso difficile dal populismo. Bloccato da chi vuole
questa nuova via, ma la vuole subito senza conoscerla tuttavia.

alla prossima!